domenica 25 giugno 2017

EDIZIONI IF RIPROPONE IL GRANDE KINOWA LO SCOTENNATORE: UN PERSONAGGIO TREMENDAMENTE ATTUALE!

Kinowa fece la sua prima apparizione nelle edicole italiane nel maggio 1950 in un contesto sociale che risentiva ancora degli sconvolgimenti della guerra, dei bombardamenti americani e del fallimento di un progetto politico che aveva consegnato il Paese nelle mani di gruppi al servizio delle potenze vincitrici. Meno di due anni prima aveva fatto il suo esordio Tex ad opera della casa editrice Audace che Giovanni Luigi Bonelli aveva rilevato da Dante Traini nel 1941. Kinowa non era un fumetto come gli altri. Se la violenza come strumento di risoluzione abbondava nei bonelliani Tex e Furio Almirante, in Kinowa il discorso si faceva più complicato. Andrea Lavezzolo, il creatore del personaggio, si era presentato al pubblico con uno pseudonimo americaneggiante, A. Lawson. L'impronta del fumetto era di destra, una destra vera e non finta come quella della Democrazia Cristiana di De Gasperi, vero ufficio distaccato del governo americano in Italia (come lo era il Partito Comunista Italiano di Togliatti del governo sovietico). La criminalizzazione dei movimenti politici di destra, quelli che non si sarebbero piegati alla volontà del binomio Usa-Urss, sarebbe iniziata un paio di decenni dopo. In quel momento, l'impronta ideologica è forte nella sua componente più genuina. Se Tex rappresentava il fascino del mondo americano (per crearlo A. Galeppini si era ispirato all'attore Gary Cooper), Kinowa, pur parte del genere western, era diverso. La sua violenza era uno strumento di vendetta contro gli indiani che gli avevano massacrato la famiglia e di affermazione personale. Sam Boyle, questo il nome civile del personaggio, si era salvato per puro miracolo. I diavoli rossi gli avevano lasciato un ricordo: lo avevano scalpato, togliendogli il cuoio capelluto! Da quel momento vivrà solo per la vendetta. Si costruisce una maschera con sembianze diaboliche e con l'aiuto di suo figlio e del trapper Long Rifle perseguirà e distruggerà i suoi carnefici, facendo un uso abbondante e necessario di violenza. Gli italiani applaudivano le sue gesta e le vendite ben presto furono favolose. Allora gli editori erano più furbi di adesso: offrivano ciò che i lettori volevano. Un riscatto rispetto alla condizione servile che la DC che guidava il Paese poteva offrire, benché la struttura socio-economica dello Stato fosse ancora quella dei due decenni precedenti. L'editore di Kinowa era la Dardo.
 

Il suo fondatore era Luigi Casarotti, che negli anni trenta aveva lavorato presso il settimanale Jumbo. Alla fine degli anni '40 si era messo in proprio fondando le Edizioni Mediolanum, che poi assunsero il nome di Editoriale Dardo. Negli anni successivi la Dardo avrebbe costituito in Italia ciò che la DC è in America per la Marvel: ossia la rivale per eccellenza della Bonelli. A disegnare Kinowa viene chiamato il gruppo EsseGesse, il sodalizio composto da Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris. Nel libro Per la Libertà. La Resistenza nel Fumetto del 2009 (Editore Settegiorni) di Pier Luigi Gaspa e Luciano Niccolai, si afferma che la Resistenza, ossia i gruppi rivoluzionari che accompagnavano, con azioni varie di sabotaggio, l'avanzata anglo-americana nella Penisola a partire dall'estate del 1943, ha avuto un forte appeal sulla ispirazione delle storie a fumetti dal 1945 in poi. Ciò nonostante molti personaggi e serie erano ambientate in contesti storici (come la fine del secolo XVIII) in cui il nemico erano proprio loro, gli anglo-americani. Il Comandante Mark lottava contro gli inglesi, benché le influenze massoniche nelle storie erano forti. I gruppi che si riunivano e di cui faceva parte anche il suo padre putativo erano logge in cui si progettavano azioni terroristiche contro gli inglesi. La maggior parte degli autori, degli editori e dei fumettisti in generale erano di destra e sentivano che la Destra che gli occupanti americani avevano offerto loro, cioè la DC, era una destra non nazionale ma servile dei loro interessi, che non erano quelli degli italiani e dei loro figli. Questa sofferenza si notava nel fumetto. Durante la guerra la EsseGesse era spaccata in due. Guzzon era un partigiano dei gruppi monarchici (quindi di una destra che già aveva prestato adesione servile all'influenza americana), mentre Sinchetto e Sartoris erano appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana. Nel forum Spirito con la Scure l'utente Fabio729 nel commento del 27-01-2011, ore 19.16 riporta una frase di Guzzon: i miei futuri amici, Sinchetto e Sartoris, erano dall'altra parte della barricata, avremmo potuto spararci addosso. Kinowa uscì in albetti nel formato quadro 17x16 di 16 pagine. Le storie erano in bianco e nero. La periodicità era settimanale. Il successo è ottimo, ma qualcosa non funzionò. EsseGesse lasciò la collana Kinowa con il nono fascicolo della terza serie.

Andrea Lavezzolo non la prese bene e si adirò molto con il trio torinese. Luca Boschi, nell'editoriale di pagina 15 di Avventura Magazine 2016 della SBE (Collana Almanacchi n. 139) afferma che le storie del sanguinario Kinowa non erano nelle corde della EsseGesse. Kinowa scotennava i suoi nemici, ma ai lettori piaceva molto. A sostituirli venne chiamato Pietro Gamba, che disegnò la serie fino al 1953. Kinowa tornò nel 1960 con una ottava serie con un formato leggermente diverso: 17x8 di 36 pagine cadauno. Ma già negli anni precedenti il successo era stato tale che Kinowa era già apparso in varie ristampe. Il trio EsseGesse voleva misurarsi con personaggi più leggeri e disincantati e così proposero alla Ed. Dardo Capitan Miki, che esordì nel 1951. Come Kinowa il successo fu enorme con tirature di 250.000 copie. Nel 2000 la Edizioni Mercury di Stefano Mercuri tentò il rilancio di Kinowa con quattro albi inediti scritti da Ermes Senzò e disegnati da Yldirim Örer. L'influenza nefasta della sinistra, che iniziò a prevalere in Italia a partire dagli anni sessanta con il suo disegno sovversivo di distruggere la famiglia in nome degli ideali aberranti del socialismo aveva però annichilito le possibilità di un ritorno di Kinowa. Non che il pubblico non avrebbe apprezzato. Il successo di un personaggio che scotennava i suoi nemici sarebbe stato sicuro. La sinistra, tramite i suoi partiti, aveva preso il controllo del sistema bancario e di alcuni salotti, sicché per avere finanziamenti gli editori dovevano piegarsi alla volontà di costoro: non più storie di destra, ma avventure in cui i valori della famiglia, della cristianità e della libertà di pensiero venivano molto ridimensionati. Era iniziato il progetto di criminalizzazione della destra. Ogni movimento che mostrava di rifiutare di sottostare (come faceva la DC) ai limiti imposti dagli anglo-americani, veniva perseguito e in vario modo ostracizzato e oggetto di una furiosa campagna mediatica di aggressione. Lo stesso MSI di Almirante alla fine dovette piegarsi a queste logiche. Nel marzo 2017 la Edizioni If di Gianni Bono ha annunciato di ristampare Kinowa in modo integrale. Cosa è cambiato? La Destra avanza in tutto il mondo, dall'America alla Russia, all'estremo oriente, guida il pianeta. C'è da affrontare il nuovo nemico costituito dal terrorismo islamico. E c'è ancora una volta bisogno di lui, di Kinowa lo Scotennatore! Al Plano.

sabato 17 giugno 2017

BERSERK RITORNA IN INVERNO CON IL SUO GRANDE IDEALE DI GIUSTIZIA PER LA GIOIA DEI FAN PURI E DURI!!

Berserk è un manga di genere seinen scritto e disegnato da Kentaro Miura e serializzato dall'editore Hakusensha sulla collana Young Animal dal 1989. L'opera ha avuto e continua ad avere un notevole successo all'estero. In Italia i diritti di pubblicazione del fumetto appartengono alla Panini Comics/Planet Manga, che lo propone dall'agosto 1996 in un formato simile a quello originale, ossia il tankobon (volumi brussurati 13x18 di circa 200 pagine, formato che coincide con la testata italiana Berserk Collection). Finora sono usciti 76 volumetti. Il manga, da cui sono state tratte pure due serie anime, è incentrato sulla figura di Gatsu, il Guerriero Nero, che vive in un medioevo violento tra lotte di potere e mostri diabolici che minacciano l'uomo. La peculiarità di Gatsu è la sua immensa spada, che solo lui riesce a brandire per fare a pezzi malvagi, pervertiti, satanisti e spiriti demoniaci che si incarnano in forme mostruose. Un manga che si avvicina molto alle idee della Destra e che per ovvi motivi viene osteggiato da una parte del fandom italiano corrotto dagli aberranti ideali della sinistra e del socialismo.
 

Dal Giappone arriva la notizia che la pubblicazione del manga resterà sospesa fino ai mesi invernali. Una lunga pausa che si aggiunge a quella che è partita dal settembre 2016 fino al marzo 2017. Sui motivi dello stop regna il silenzio. La nostra ipotesi è che siano i contenuti del manga, tutto incentrato sulla condanna delle perversioni e degli aspetti più deteriori, specie da un punto di vista morale, dell'umano agire, il problema. L'ideale che alimenta Gatsu è la giustizia divina, l'ideale che non ammette condotte contronatura e reagisce secondo il modo in cui nel suo medioevo spesso le contese vengono risolte. Un ideale che il mondo editoriale del fumetto italiano, ostaggio delle logiche anticlericali delle lobby gay e consimili, non può accettare. Negli ultimi decenni il sistema sta conoscendo un certo sgretolamento. I lettori hanno capito la minaccia insita in certe opere e ne prendono le distanze. In inverno Gatsu ritornerà a diffondere il suo ideale di giustizia. La pausa rallenterà la pubblicazione italiana, che dovrebbe riprendere, quindi, agli inizi del 2019 per l'immensa gioia dei puri fan. Edmund Freisler.

venerdì 16 giugno 2017

DYLAN DOG N. 369! MEGA-RECENSIONE! FANTASTICO OMAGGIO A DARYL DARK N. 0 DELLA CAGLIOSTRO E-PRESS?

Graphic Horror Novel è la seconda storia di Dylan Dog scritta da Francesco D'Erminio, alias Ratigher Architetto Nero. Così conosciuto nel contesto del gruppo Fratelli del Cielo, di cui fanno parte anche Tuono Pettinato, Michael Rocchetti alias Maicol & Mirco, Dr. Pira e altri. Le opere di costoro sembrano denotare un carattere comune: riferimenti diretti o indiretti all'esoterismo. Il loro editore è la Bao Publishing di Michele Foschini, amico di Recchioni, che spesso condivide sul suo profilo Facebook alcuni disegni, talvolta controversi, di Rocchetti. In una di queste opere, Il papà di Dio, il protagonista è proprio il Diavolo. La prima storia di Ratigher risale a Dylan Dog n. 351. Qui trovate la nostra recensione ed a quella vi rimandiamo per i contenuti decisamente strani, secondo noi. Una storia ispirata alla cover di un album del gruppo satanista dei Led Zeppelin con protagonisti bambini posti in un contesto sacrificale. Dei bambini biondi, che si vedranno molto nella storia, ma senza legami con la trama. Prima di inoltrarci nella descrizione della storia, segnaliamo che essa è stata realizzata a tre mani da Paolo Bacilieri, Giuseppe Montanari ed Ernesto Grassani. Il secondo ha 80 anni, il terzo 70. Non proprio due esordienti. In coppia hanno alle spalle 27 storie di Dylan Dog e non si vedevano sull'inedito da 11 anni. Ultima apparizione: giugno 2006. Il motivo per cui siano stati pescati ora non ha spiegazione convincente. La nostra tesi è questa: c'era una vecchia storia di Montanari e Grassani vecchia di 11 anni nel cassetto, magari non finita. Così viene chiamato Paolo Bacilieri per adattarla alla sceneggiatura di Ratigher. La spiegazione fila perché il contesto della storia sembra datato. Le tavole di Bacilieri sono quelle in cui si vedono Rania e gli altri elementi coerenti con l'attuale status del personaggio. Siamo certi che anche nelle storie future vedremo disegni a tre o quattro mani per fare presto.


Chissà com'era la sceneggiatura originale della storia, piegata per la trama di Ratigher grazie alle tavole in più disegnate o aggiustate da Bacilieri. La copertina di Gigi Cavenago raffigura un fumettista stramazzato al tavolo da disegno in una pozza di sangue, il cui colore si intona con la camicia rossa di Dylan che si vede in tre foto appese ai muri. Il disegno è spartano, salvato solo dal vivace contesto dei colori in una tavolozza intrigante. Sul lato sinistro, in alto, si notato grossi libri, a sottolineare che il fumettista al centro della scena ha letto molto ma non ha capito un cazzo di ciò che ha letto. Un fumettista in un rito sacrificale in uno sfondo rosso sangue. Quasi una profezia di un possibile futuro. La copertina suggerisce il tema della storia: il meta-fumetto. Una parabola fin troppo diffusa nel decadente mercato italiano: quella del fumettista fallito. Ossia una creatura idolatrata da un pubblico di coglioni, incapace di distinguere una storia a fumetti da ciò che non lo è. Il pubblico di infelici è limitato alla dimensione internettiana, quella che bazzica i social. Fuori c'è il mondo reale e questo fumettista, se non avesse venduto l'anima, altro non sarebbe stato che la nullità che era ed ha continuato ad essere. Il messaggio che traspare da questa storia è chiaro: anche un fallito può fare il fumettista se conosce le persone giuste. Non venderà un cazzo e sarà ricordato negli anni a venire come un pirlotto, ma ciò non toglie che nel frattempo viva della luce riflessa della menzogna. Questa volta Cavenago è stato bravo. In un disegno è riuscito a far scorgere, secondo noi, tutto questo. E sono bastate una figura umana spigolosa, che in molti punti ricorda lo stile di Nicola Mari, a sua volta un omaggio a Mike Mignola. Perché non prendere Nicola Mari come copertinista anziché Cavenago? Di quest'ultimo ci è parso buono il Dylan che si vede nella foto più grande. Molto simile come stile a Stano. Un omaggio?

Cosa sono le sfere che si notano nella parte destra sotto la luce della piccola lampada? E passiamo alle solite, ripetute citazioni di Recchioni negli editoriali. Nel primo paragrafo si dilunga nella definizione di graphic novel, che indica un fumetto realizzato in modo speciale. Il secondo paragrafo desta maggiore curiosità. Recchioni è fantastico e nessuno lo apprezza per questo. Cita tre fumettisti ebrei, Will Eisner, Art Spiegelman e Daniel Clowes ed un fumettista inglese, Alan Moore. Nel rigo successivo li abbina a Gipi e Zerocalcare! Questa non l'abbiamo capita, ma siccome R. Recchioni è un genio, ci sarà una citazione nascosta che non siamo riusciti a scorgere. Un margine molto a margine! E forse una barzelletta della serie che ci sono tre ebrei, un inglese e due italiani e la prima idea che viene dalla storia è quella di una graphic novel horror anzi di una graphic horror novel! L'ultimo paragrafo degli editoriali merita una spiegazione da parte del curatore, che siamo certi non darà mai. Il titolo: amo i fumetti come il peccato, firmato Satana. Sotto il nome di Ratigher, alias Francesco D'Erminio. Si tratta forse di una citazione riferita al tema ricorrente nelle opere del gruppo Fratelli del Cielo di cui è anche membro Ratigher Architetto Nero? Il peccato non è da amare, bensì da biasimare. Allontana l'Uomo da Dio e quindi c'è poco da stare allegri. Idolatrarlo e paragonandolo ai fumetti non si fa altro che diminuire di una rilevanza il fumetto stesso, secondo noi. E poi per quale motivo Francesco D'Erminio è conosciuto come Architetto Nero? Si cita anche una sua opera: Trama, in cui si parla di teste mozzate. Forse ci sarà una sottile morale che non siamo riusciti a vedere, ma per quale motivo dovremmo leggere un fumetto in cui si parla di teste mozzate? Un sito vi ha dedicato un articolo. Lo abbiamo letto. Magari siamo stati fortunati e non ce ne siamo resi conto. Perdonateci la battuta.

La storia si apre in un bagno pubblico! Non è una battuta, ma la pura verità. Sono i segni dei tempi. Una volta il fumetto, pubblicato su carta riciclata, si leggeva in bagno e dopo avere espletato veniva buttato via. Altri tempi. Il bagno è completo di tutto. C'è il water, lo sciacquone, il dispenser con la carta igienica. Sembra un bagno pulito. Quello di certi salottini. D'un tratto nel cesso entra il protagonista della storia. E' ricoperto di sangue e non ricorda ciò che gli è accaduto. Teme che qualcuno voglia ucciderlo. Perso nella disperazione ha una idea: si metterà a disegnare sulle piastrelle del cesso dove si è rifugiato i ricordi che, in modo lento, affiorano. Non ne siamo sicuri, ma ci è sembrata una metafora del fumettista fallito, che sui social si crea una sorta di mondo tutto suo alimentato dai fanboy, nessuno dei quali ha mai letto i suoi fumetti. Un reietto come loro e per questo attira simpatia. Si chiama Darren Farmer Woolrich, è un fumettista famoso o presunto tale. Da qualche tempo la gente viene ammazzata come nelle sue opere. Darren è arrogante, una maschera che nasconde le sue insicurezze. Se fosse più intelligente, del resto, nei rapporti umani sarebbe migliore di ciò che è. Dylan Dog è ciò che fa per lui. Deve scoprire cosa sta succedendo. I cadaveri vengono mutilati, alcuni in modo cruento come il proprietario di Parrot, il suo editore. Ovvio l'omaggio a La metà oscura, classico libro di Stephen King, dove il serial killer che uccideva gente collegata con l'autore era l'autore stesso o meglio una sua versione satanica. Come nel caso di questo fumetto, l'assassino è proprio Woolrich! Oh, cazzo. Vi abbiamo detto chi è l'assassino prima della fine del pezzo. Scusateci, ma lo abbiamo fatto proprio a posta. Effetti collaterali della lettura delle disavventure di Thad Beaumont. E alla fine anche il buon sceriffo Pangborn si convinse. Chissà cosa ne avrebbe pensato il simpatico Asso Merrill!

Lo ha capito pure Dylan Dog, che a pagina 24 accusa Woolrich di essere il colpevole. Sarà perché questo tipo è così pazzo da pensare che il male trionfa anche nella vita reale? Solo un satanista potrebbe pensare una cosa del genere. Un satanista è per definizione una persona squilibrata, che va contro tutto ciò che è la vita. La storia si trascina noiosa, ma i testi di Ratigher non sono male. Denotano una freschezza che nella storia precedente non avevamo notato. Uno stacco notevole dopo la precedente storia di G. Simeoni del mese scorso. Un bravo, quindi, a Ratigher per la sceneggiatura. A pagina 31 cominciano i problemi. Già nel numero 368 avevamo assistito alla rivelazione che Dylan e Rania si amano. Un inglese e una islamica! Chissà cosa ne pensano a Londra dopo i recenti fatti di terrorismo. Per chi si fosse perso il numero 368, abbiamo scoperto che Carpenter ama Rania! Un inglese, un nero e una islamica. E viene in mente la canzone di quel cantante gay, si, quello che cantava il Triangolo no! Come si chiamava? Ah, si. Renato Zero. Si apre un nuovo sipario romantico. Rania con il velo e Dylan fanno i fidanzatini. A pagina 41 cominciano i riferimenti satanici. La graphic novel a cui stava lavorando Woolrich si intitola In principio era il nero. Cioè il male. I satanisti ragionano così e Woolrich, che ci sembra un satanista convinto, ragiona allo stesso modo. Woolrich è uno squilibrato? Certo, se è convinto di cose del genere, lo è. Pazzo come tutti i serial killer. Un articolo del sito Tempi del 2014, d'altronde, precisava come oggi i satanisti si battano per i diritti dei gay e dell'aborto libero. Nel mondo perfetto immaginato dalla sinistra sovversiva, il cittadino occidentale deve convivere con l'islamico integralista, potenzialmente terrorista. Anche Dylan Dog viene piegata a questa logica perversa. A pagina 55 Rania si presenta con abbigliamento arabo ed è mano nella mano con Dylan.

La scena torna a Woolrich chiuso nel cesso. E' sconvolto. Sta disegnando le scene degli avvenimenti degli ultimi giorni. Il perché senta di farlo è un mistero. A pagina 67 ci sono altre allusioni nere, per così dire. Paura e altri simboli negativi all'origine di tutto. Evidente lo sfondo satanista. Alla base c'è la non-vita. Siamo a pagina 72 e la storia comincia a palesarsi noiosa. 72 pagine in cui brillano i testi di Ratigher, ma la trama è inconsistente. A pagina 73 Dylan Dog scopre chi è l'assassino. Noi lo avevamo capito subito: Woolrich, il noto fumettista pazzo. E' lui ad avere ammazzato tutta quella gente. Dylan lo ha capito imbattendosi nella testa di una delle sue groupie mozzata e appesa al muro. Un omaggio di Ratigher alla sua opera di teste mozzate, Trama? Arriva il colpo di scena. Pensavamo di avere capito tutto e invece non avevamo capito un cazzo. Il colpevole è lui, Woolrich, ma il suo corpo è posseduto da un demone, che si manifesta attraverso la testa mozzata. Il demone dice di essere l'autore. Fonte di ispirazione di Woolrich. Un inetto usato come veicolo per diffondere un messaggio satanico. In origine era un fallito. Un miserabile che pensava di sfondare come fumettista. Il fatto di essere consapevole di non avere talento lo porta sul punto di suicidarsi. Ed è qui che vende l'anima. Diventa famoso, ma in realtà è il demone autore che scrive e che ad un certo punto pensa di usare il fumetto per il suo messaggio di morte. Quell'opera intitolata In principio era il nero fonte della sua forza. Quando Dylan fa a pezzi il manoscritto, Woolrich assume le sembianze classiche del demone. Lunghe corna e un terzo occhio in fronte, simbolo massonico per eccellenza. Massoneria e satanismo, il binomio forte di ogni riferimento all'uno o all'altro. E' valsa la pena vendere l'anima per il successo? Woolrich dice di si. Ma d'altronde da un cretino cosa ci si aspetta? E così finisce nel bagno. Il suo posto.

Questa storia è un omaggio a Daryl Dark n. 0? Nel 2015 il mondo dylaniato del fumetto venne sconvolto da un'opera della Cagliostro E-Press, che ancora oggi popola gli incubi dei più duri lettori dell'Indagatore dell'Incubo. Daryl Dark è il nuovo investigatore londinese dell'occulto. Il suo socio non è un comico fallito come Groucho, ma un tipo sveglio, Hardo. In quella prima avventura, che se non andiamo errati, è contenuta in Daryl Dark vol. 1, compare Robert R. Reelich, un fumettista fallito che aveva venduto l'anima proprio come Woolrich per diventare famoso. Misteriosi omicidi caratterizzano la sua figura e così lui chiede a Daryl Dark di aiutarlo. Daryl Dark è un discendente di Sherlock Holmes e possiede una peculiarità che lo rende migliore di Dylan: è immortale. Con una grande intuizione, Dark scopre che l'assassino è lui, Robert R. Reelich, posseduto da un demone proprio come Woolrich. Se consideriamo che questa storia è uscita verso la metà del 2015, non è peregrino pensare che Ratigher l'abbia letta e ne sia rimasto folgorato come tutti i fan di Dylan Dog. In Daryl, infatti, i fan delusi dal rilancio hanno rivisto il vero Dylan. Tutto quello che con il rilancio sembrava perduto. Mentre Dylan è raffigurato da un attore gay, Rupert Everett, abbiamo un Daryl Dark raffigurato come Joseph Finnies, un attore inglese con tutti gli attributi al posto giusto. Se volete leggere Daryl Dark n. 0, lo trovate qui, in download gratuito. Daryl Dark ancora oggi continua a mietere successo. E' di pochi giorni la notizia del varo della terza stagione, sempre per Cagliostro E-Press. L'editore laziale promette di sfoderare colpi maggiori che in passato. La nostra recensione del numero 0 di Daryl Dark la trovate qui. Woolrich è la versione dylaniata di Robert R. Reelich? E il messaggio che arriva da queste opere qual è? Noi una vaga idea ce la siamo fatta. Lasciamo a voi svilupparla meglio! Dimitri Temnov.

giovedì 15 giugno 2017

LILITH CHIUDE PERCHE' ARRIVATA AL TERMINE PROGRAMMATO! NON CI CREDIAMO E VI SPIEGHIAMO IL MOTIVO!

E anche Lilith chiude. La notizia è vecchia e risale a molti mesi fa quando gli autori precisarono che con il numero 18 la serie della nota cronoagente si sarebbe conclusa. Iniziata nel novembre 2008 con una periodicità semestrale, è una collana creata da Luca Enoch di genere fantascienza ed avventura. Come al solito, quando una serie Bonelli chiude capita spesso di leggere sui forum o sui social, a volte da parte degli stessi autori o degli addetti ai lavori che li sostengono, che ciò è avvenuto perché la serie aveva una fine programmata. Secondo la loro tesi, la testata chiude non perché non vendeva, ma perché era stato stabilito che si dovesse chiudere con quel numero. Le vendite non c'entrano. Non abbiamo chiuso perché abbiamo fatto un flop come invece sostenete voi. Abbiamo chiuso perché avevamo stabilito di fermarci con quel numero. Va bene, ma noi non ci crediamo proprio per il semplice motivo che una affermazione del genere non è condivisibile né aderente alla realtà. Ogni collana, che si tratti di una mini o maxiserie, viene sempre concepita con la speranza che vada bene per produrre nuovi capitoli di essa all'interno di nuove mini o maxiserie. Questo è un principio generale che vale per tutti gli editori. Ovvero: si va avanti finché vale la pena proseguire, cioè finché il fumetto vende. Nel caso della mini o maxiserie, se il fumetto vende bene, dopo pochi mesi ne viene messa in cantiere una nuova.


Prendiamo il caso di Lukas di Michele Benevento. Nato come maxiserie di 24 numeri ha chiuso con l'uscita del 24esimo numero! Se scrivessimo che Lukas ha chiuso perché non vendeva, affermeremmo qualcosa di inesatto. Se invece scriviamo che Lukas non è andato oltre i 24 numeri prestabiliti perché le vendite pregresse non hanno convinto l'editore Bonelli a mettere in cantiere nuove stagioni, allora scriveremmo qualcosa di sostanzialmente corretto. Con questo non intendiamo dire che Lukas non ha venduto bene, ma che non ha venduto così tanto bene da convincere l'editore a farlo andare avanti. Tradotto in numeri significa che, molto probabilmente, Lukas ha chiuso con vendite che non superavano le 10.000 copie. Stesso destino ha avuto Adam Wild di G. Manfredi, nato come maxiserie di 24 numeri. Quando mancavano una manciata di uscite alla fine, l'autore annunciò lo stop al progetto. Adam Wild chiuse con il numero 26. Il motivo: vendeva troppo poco per andare avanti (parliamo di meno di 10.000 copie). Stesso discorso per Orfani di Roberto Recchioni. Lo ha detto di recente lo stesso Recchioni. All'inizio furono messe in cantiere due stagioni di 12 episodi ciascuna. In base alle vendite si sarebbe deciso di mandare in stampa una terza stagione. E così fu. Con la fine della terza qualcosa però si inceppò nel meccanismo recchioniano. Le vendite, già in calo, superarono il punto di non ritorno.
 
E così, dopo due mini di tre numeri, è partita la sesta e conclusiva stagione di Orfani. Recchioni non lo ammetterà mai, nemmeno sotto tortura. Ma di recente Bottero ha dichiarato che le vendite di Orfani sono scese a 10.000 copie, la soglia sotto la quale oggi, in casa Bonelli, un progetto viene chiuso, cancellato, ecc. I tempi sono questi. Nell'era della comunicazione globale scrivere che una serie chiude perché non vende equivale ad affermare che gli autori hanno sbagliato tutto e che gli editori non avrebbero dovuto dare loro fiducia. Prendiamo Morgan Lost. L'autore parlò di un primo blocco di 25 numeri già pronti. Si sarebbe proseguito solo in caso di vendite buone. Morgan Lost prosegue. Secondo noi oggi vende meno di 20.000 copie (come Dampyr di Boselli) e andrà avanti fino a quando non scenderà sotto la soglia limite delle 10.000 copie. Siccome in casa Bonelli le storie vengono preparate con un anticipo non inferiore a 12 mesi, il destino di una maxiserie di 24 numeri sarà deciso intorno all'uscita dei numeri 9-10. E Mercurio Loi di A. Bilotta? Dall'editore è stato presentato come serie regolare. Probabilmente, anche in questo caso sono stati preparati un tot di numeri per vedere come vanno le vendite. Tra qualche mese avremo contezza del suo destino, anche se a giudicare dai primi pareri in rete, il giudizio sembrerebbe negativo. Intanto, tra pochi mesi chiude Orfani di Recchioni. Al Plano.

mercoledì 14 giugno 2017

RECCHIONI: NUOVE POLEMICHE! NEL FRATTEMPO LA PETIZIONE IN RETE CHE CHIEDE LA SUA SOSTITUZIONE VOLA

Oggi ci hanno riferito dell'ennesimo scontro di Roberto Recchioni con un lettore su Facebook. Nessuna novità. E' da quando è iniziato lo sfortunato (e secondo noi inconcludente) rilancio di Dylan Dog che l'ex-autore di Detective Dante, Pugno e Murphy 911 (tre tra le sue massime opere) che il rapporto tra il fumettista di Torpignattara e il suo pubblico è stato difficile. E adesso che il suo ciclo alla Bonelli si avvia alla fine, il livello della tensione, così come quello dello scontro con i suoi detrattori, si è alzato in maniera considerevole. Dopo il caso-Marra (che ha sostenuto l'esistenza di una cricca romana e da allora alcuni collaboratori di Recchioni, magari in senso ironico, hanno collocato il simbolo della Massoneria come immagine dei rispettivi profili su Facebook) ed il caso-Garofoli, oggi è scoppiato il caso-Di Nocera. Nulla che riguardi la persona dell'autorevolissima firma di Repubblica di Carlo De Bendetti. Parliamo di caso-Di Nocera perché il fattaccio è avvenuto sul suo profilo Facebook, divenuto terreno di scontro tra Recchioni e un lettore di Dylan Dog. Di Nocera ha pubblicato un post dal titolo Il comune sentire del fumetto con l'intenzione di stigmatizzare talune convinzioni del pubblico a suo dire errate. Tra queste anche l'affermazione secondo cui Recchioni sarebbe superiore ad un popolare youtuber fumettistico. Opinione rispettabilissima quella della autorevolissima firma di Repubblica di Carlo De Benedetti. Abbiamo preso contatto con il suddetto youtuber, nostro amico e ci ha espresso la ferma volontà di non essere menzionato. Sembrava finita lì, con lo youtuber che opportunamente evitava di farsi coinvolgere nel trollaggio orchestrato dai fanboy del curatore, quando ad un certo punto è entrato sulla scena un lettore con allusioni simpatiche, secondo noi, che a Recchioni e non sono proprio piaciute. E francamente in questo caso aveva proprio ragione.
 

Non possiamo riportare le espressioni usate da R. Recchioni in questa sede nella dialettica con il lettore, il cui intento, secondo noi, era meramente ironico. O forse non conosceva il modo che ha Recchioni, a volte colorito, ma simpatico, di difendere il proprio punto di vista nelle discussioni sulla rete. Proprio in questi giorni è uscito un libro su di lui dal titolo l'Asso della Rete. Asso è uno dei personaggi di Stephen King a cui il Recchioni sembra molto affezionato. Il problema è un altro e concerne il rapporto e la stessa immagine che la Bonelli ha con il pubblico. La domanda che molti si pongono è: le manifestazioni del curatore sono in linea con entrambe o anche alla luce dei risultati negativi della gestione (34.000 lettori persi di Dylan Dog e flop di Orfani che chiude l'ultima stagione con 10.000 copie di media) sarebbe il caso di archiviare in anticipo la sua avventura milanese? In rete, da qualche mese, è stata aperta una PETIZIONE PUBBLICA, che chiede proprio questo: la sua rimozione dalla Bonelli. Finora hanno firmato 4657 persone. Recchioni è senza dubbio un personaggio, ma come scrittore si è visto poco. Alterchi così accesi con i lettori sono conformi allo stile Bonelli? Cosa sarebbe accaduto se Sergio Bonelli fosse stato ancora qui? Dopo circa 4 anni di cura editoriale e 34.000 lettori perduti (erano 120.000 nel 2013 e oggi sono 86.000), ha senso continuare su questa strada? A tremare sono i recchioniani, con questo termine intendendo coloro che con Recchioni sono arrivati in Bonelli assumendo posizioni importanti. Un nuovo curatore chiederà spazio per i suoi collaboratori e forse i primi a cadere saranno i copertinisti. C'è già che sogna il ritorno di Stano. E Tiziano Sclavi? La versione ufficiale afferma che è stato lui a volere Recchioni. Quindi, se le cose sono andate male la colpa è di Sclavi? Quello che sappiamo è che il nuovo curatore avrà molto lavoro da fare. Al Plano.

martedì 13 giugno 2017

TEX CLASSIC IN VERSIONE MORBIDA SENZA LA SCENEGGIATURA ORIGINALE DI GIANLUIGI BONELLI! PERCHE'?!!

Tex è uscito in formato striscia per la prima volta in edicola nel settembre 1948. La Costituzione repubblicana era in vigore da una manciata di mesi e il ricordo della II guerra mondiale era ancora fresco come testimoniato dalla maggior parte degli edifici danneggiati dai bombardamenti Usa. Al comando del Paese, sotto l'egida degli Alleati, c'era quella che si poteva chiamare una coalizione di centro-destra, cioè la prima Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi con il 48,11% delle preferenze. Al secondo posto, il Fronte Popolare dei maledetti comunisti con il 30,76%. Il rischio che in Italia fosse instaurato un regime criminale di dittatura del proletariato (come avvenuto in altri Paesi finiti nell'incubo del blocco sovietico) era stato sventato. Pochi mesi prima alla delegazione italiana alla conferenza di Parigi era stata imposta la firma di un vergognoso trattato di pace, che umiliava il Paese ancor più del trattato di Versailles del 1919 che aveva prostrato la Germania imperiale degli Hohenzollern (il II Reich). Allora come oggi, gli italiani erano di destra in grande maggioranza. La sinistra, consumata dall'odio e dal livore, covava di distruggere la famiglia e le basi cristiane del Paese. Probabilmente, data la sua pericolosità il partito comunista di allora avrebbe dovuto essere sciolto e i suoi capi arrestati e mandati in esilio, ma a Yalta erano stati firmati accordi dai quali il mondo risultava diviso in due blocchi. I buoni a ovest, i criminali a est. Tex nacque in quel fervore socio-politico come derivazione di tanti grandi personaggi di successo del decennio precedente. Giovanni Luigi Bonelli era il direttore della rivista Audace dal 1940 e le sue creazioni riflettevano i miti americani già durante i due decenni precedenti, da Dick Tracy a Furio Almirante. Il linguaggio tipico di quei fumetti rispecchiava una precisa appartenenza ideologica, che in anni successivi è risultata scomoda. Un passato di gloria da dimenticare, perché l'Italia non era più una grande potenza e nel nuovo ordine mondiale sarebbe stata alla mercé di altri in semi-sovranità.
 

Come oggi. Gli americani non hanno mai smesso di comandare e ad essi si sono aggiunti i nuovi co-padroni UE. Il passato, però, non si dimentica. Nelle edizioni successive dei primi numeri di Tex Willer la Bonelli attuò una operazione che lì per lì era sfuggita a molti: cambiare i dialoghi delle sceneggiature dei primi anni per renderli più adeguati secondo il costume dei decenni successivi, in cui tutto ciò che era stato prima doveva essere dimenticato. Il passato, però, non si dimentica e riemerge nel ricordo degli appassionati, che alla prima occasione sfoderano con orgoglio i primi numeri della collana in formata striscia del 1948-49. Le differenze con la nuova ristampa classic a colori, ospitata all'interno della ristampa Tre Stelle di cui prosegue la numerazione, sono chiare. Come notate dalla sovrapposizione delle due vignette. Quella a colori è del 2017. Quella in bianco e nero è del 1948. Il disegno è uguale, ma i testi sono del tutto diversi. Il senso non cambia, ma la forma è differente. I testi del 1948 sono più forti, esprimono in modo vigoroso il senso del pensiero di Giovanni Luigi Bonelli. I testi presentati nel 2017 no. I credits dell'albo attribuiscono la paternità allo stesso G.L. Bonelli, ma perché non presentare gli stessi dialoghi del 1948? Che senso ha apportare una modifica che diminuisce di rilevanza l'estetica di allora? Nel testo del 1948 Tex manifesta la sua violenza. Sembra attirato dalla prospettiva di sottoporre Coffin, il criminale, a sofferenze proporzionali al male recato. Il Tex odierno è di maniere più spicce come era l'originale, ma sembra un vecchio ammorbidito dall'età. Il Tex giovanili di allora oggi non esiste più. Anzi, in qualche caso è stato perfino fatto apparire più di sinistra che di destra, snaturandone le caratteristiche originali. Nel Tex del 1948 Coffin è un cane. Nel Tex del 2017 Coffin sembra meritorio di un trattamento più umano. Nel 1948 Tex ha in mano la vita di Coffin. Potrebbe ucciderlo quando vuole. Nel 2017 aspetta la sua condanna. Qual è il migliore? Lo lasciamo decidere ai lettori! Kristoffer Barmen.

lunedì 12 giugno 2017

CRISI DEL FUMETTO: ORFANI CHIUDE E SALUTA I SUOI FAN! UNA RIFLESSIONE SUI SUOI MOTIVI E IL MERCATO!

Sul profilo Facebook di Roberto Recchioni si ritrova sovente la pubblicità di una sua opera recente: Orfani. Recente per così dire, poiché esce già da tre anni. Orfani ha esordito in edicola nell'ottobre 2013 con l'intenzione dichiarata di farne due stagioni di dodici episodi cadauna. Costo in preventivo: circa 3 milioni di euro! A dichiararlo fu lo stesso R. Recchioni in questa intervista. Non sappiamo se quei soldi furono spesi tutti o di quelli investiti quanti sono poi rientrati. Il primo numero di Orfani vendette circa 50.000 copie. Il primo numero. Recchioni ebbe a dichiarare in una intervista che con le vendite di Orfani avrebbe voluto riempire il San Paolo, che allora aveva una capienza di 60.000 posti. Obiettivo mancato, dunque. Nella stessa intervista, il suo amico Mauro Marcheselli (allora direttore editoriale della Bonelli) manifestò l'auspicio che la serie si assestasse sulle 50.000 copie o addirittura sulle 80.000 copie. Sogni di una mezza estate, se ci passate la battuta. Otto mesi dopo il sito Fumettologica rivelò che le vendite della serie Orfani erano scese a 29.000 copie. Il dato era ufficiale. L'autore del pezzo dichiarò di averlo avuto da Mauro Marcheselli e Davide Bonelli. I fatti vanno contestualizzati. Quando Orfani uscì alla fine del 2013 nessuna serie Bonelli (eccettuate Tex e Dylan Dog) vendeva oltre 40.000 copie. Era, dunque, immaginabile che una serie nuova scritta da un autore molto popolare sui social ma fino a quel momento poco attivo sul fronte bonelliano potesse arrivare a vendere 50.000 copie di media? Di Orfani sono state realizzate altre quattro stagioni, due di dodici episodi e due di tre. La collana è stata proposta anche in allegati ai quotidiani e in volumi editi dalla Bao di Michele Foschini, un altro amico di Recchioni (come si evince da pubbliche interviste). Fu per il tramite di Recchioni che la Bao iniziò la collaborazione con la Bonelli da cui è nato il catalogo in comune. Non sappiamo quante copie hanno venduto i volumi di Orfani by Bao. Riserbo assoluto. Abbiamo sentito voci e non sono buone. Siccome si tratta di voci, preferiamo non parlarne. Il dato più recente di Orfani lo ha fornito il grande Alessandro Bottero: 10.000 copie. Troppo poco per continuare ad andare avanti. E infatti Orfani chiude. Il dato di Bottero arriva pochi mesi dopo l'annuncio della chiusura della collana mensile da parte dello stesso Recchioni, come vedete dalla immagine.
 

Recchioni elenca i primati di Orfani, ma non menziona il dato delle vendite. Dice alla fine del post: Tra poco più di un anno sarà terminata, ma di soddisfazioni ce ne ha date. Le soddisfazioni sono quelle che elenca nel post. Soddisfazioni che riguardano Recchioni come autore e creatore di Orfani, non certo per la casa editrice, il cui obiettivo è vendere quante più copie possibili di un'opera e mandarla avanti finché vende. Altrimenti, chiude. E' la regola del mondo dell'editoria. Posto che le serie a fumetti prima o poi chiudono (anche Dylan Dog chiuderà un giorno), Orfani, secondo noi, è stato un grosso flop. Tra le molte dichiarazioni che Recchioni fece alla fine del 2013 su Orfani vi era quella per cui la serie avrebbe dovuto portare nuovi lettori alla Bonelli, pescando nel variegato mondo dei videogiochi. Un mondo che Recchioni conosce bene, visto che collabora con la piattaforma Multiplayer. Ma alla Bonelli la serie Orfani ha dato soddisfazioni e se si quali? Di recente una intervista del direttore editoriale Michele Masiero a proposito di Orfani parla di Risultato Raggiunto. Quale sarebbe questo risultato? Una serie che chiude per basse vendite quali risultati può portare ad una casa editrice? Si potrebbe affermare che Orfani, per un certo periodo, è andato bene e infatti dopo le prime due stagioni ne hanno programmate altre quattro. Però, se guardiamo i dati, Orfani dopo poco più di 8 mesi dalla uscita del primo numero, aveva perso circa la metà dei lettori, passando da 50.000 a 29.000 copie e oggi chiude a 10.000 copie. Un disastro, secondo noi. Siccome non siamo così ingenui, sappiamo che i vertici di una casa editrice non ammetteranno mai il flop in modo chiaro né attribuiranno colpe o responsabilità ai loro autori. Semmai i conti vengono regolati in privato e all'interno. Fuori deve apparire l'immagine di un progetto che, per il tempo in cui è stato proposto, ha dato risultati. Orfani ha dato soddisfazioni anche ai collaboratori di Recchioni, che con lui hanno lavorato su John Doe all'ex-Eura. Tutti o quasi hanno lavorato sulla serie Orfani e alcuni si sono insediati in Dylan Dog (i copertinisti Cavenago e Accardi sono ex-disegnatori di John Doe). Soddisfazioni a 360 gradi per il creatore R. Recchioni e per tutti coloro che hanno lavorato sulla collana, perché le soddisfazioni non sono finite. Tutto nasce dal contratto che la casa editrice sottopone a scrittore e artisti.
 





Due sono le fonti che permettono ad un fumettista di trarre reddito dalle opere da lui create: le royalties e le somme pagate dalle future ristampe. Le royalties sono percentuali sulle vendite, che in una certa misura l'editore garantisce per contratto al creatore. Non conosciamo se una siffatta clausola sia stata inserita nel contratto tra la Bonelli e il Recchioni per Orfani, ma siamo pronti a scommettere di si. Recchioni conosce il sistema e sa come tutelarsi con gli editori. La clausola prevede che se le vendite superano una certa soglia, concordata per contratto, il creatore percepisce una somma ulteriore a quella garantita dai diritti sulla pubblicazione. Se le vendite calano sotto quella data soglia, il creatore si deve accontentare di quello che l'editore paga per la pubblicazione dell'opera o di quello che gli arriva dalle pubblicazioni estere. L'altra fonte di guadagno da un'opera a fumetti è data quindi dai diritti di pubblicazione. La Bonelli paga non solo per la prima uscita, ma anche per le ristampe. Se un domani la Bonelli decidesse in futuro di ristampare Orfani, dovrà pagare una certa somma al creatore e ai singoli fumettisti impegnati sugli albi ristampati. Poi dipende dalle dimensioni. Una cosa è ristampare un numero di Tex che vende centinaia di migliaia di copie, altra è un'opera che vende molto, molto meno come Orfani per l'appunto. Recchioni potrebbe, però, portare Orfani presso un altro editore, ma in Italia oltre alla Bonelli non c'è nessuno in grado di garantire i medesimi guadagni. Nemmeno la Panini, che è sì un gigante, ma solo perché pubblica una montagna di materiale. Se ci soffermassimo sui dati di vendita delle singole testate, ci sarebbe da farsi qualche domanda. Questo spiega perché Recchioni pubblicizza molto Orfani e poco Dylan Dog sul suo profilo. Di Dylan Dog è solo il curatore. Viene pagato per curare la serie e per le storie che si autoapprova, non per altro. Inoltre, il mandato come curatore di Dylan Dog sta per finire e allora Recchioni si concentra sul fronte che gli garantisce di più: Orfani. E gli conviene farlo ora visto che con la conclusione della sesta stagione Orfani chiude come serie avente una periodicità mensile. In varie altre interviste, Roberto Recchioni ha precisato che Orfani proseguirà con speciali semestrali o annuali. Si prospettano, quindi, futuri incassi per lui e per i fumettisti che saranno operativi su siffatti volumi.


Nella discussione che abbiamo riportato, Recchioni smentisce che la serie Orfani sia stata conclusa per le basse vendite. Afferma che tale decisione era stata presa fin dall'inizio con un termine preciso. Il discorso non quadra. Ed è lo stesso Recchioni che offre argomenti contraddittori. Se esisteva un contratto per fare due stagione e una terza se le vendite delle prime due fossero state buone, alla luce dei dati pubblici in nostro possesso, possiamo concludere nel senso che tra il 2014 e il 2015 Orfani ha avuto vendite medie di 25-26.000 copie. Una soglia che per contratto sarà stata ritenuta sufficiente per continuare ad investire e produrre una terza stagione, come poi è avvenuto. Dopo la terza stagione qualcosa si sarà rotto. E' probabile che ci sia stato un sensibile calo delle vendite fino a circa 20-21.000 copie e che in Bonelli abbiano voluto muoversi in modo più cauto. La quarta stagione viene così rinviata e sostituita da due mini-stagioni di tre numeri ciascuna. Ed è forse questo l'errore commesso da Recchioni. Con le due mini-stagioni le vendite potrebbero essere crollate fino a scendere alle attuali 10.000 copie, chiudendo ogni possibilità di programmare nuove stagioni, oltre alla sesta (che poi si può ritenere la quarta effettiva, escludendo le due mini di tre numeri). Dalle dichiarazioni rese nei commenti sopra, Recchioni smentisce questa tesi. Ritiene che la chiusura di Orfani, che lui afferma non essere mai stato in perdita, non sia collegata con le vendite. Tesi non condivisibile per i motivi sopra esposti, nonché per la naturale ed ovvia considerazione secondo la quale perché un editore dovrebbe concludere una serie che gli garantisce utili? E' vero, come dice Recchioni, che ci sono stati contratti con termini precisi, ma cosa ha impedito di sottoscriverne altri per nuove stagioni di Orfani? Recchioni afferma che il riferimento al San Paolo era relativo solo al primo numero. Non è così. Marcheselli, co-intervistato nella stessa sede, auspicò che le vendite si stabilizzassero sopra le 50mila copie. Era quindi ovvio che i due non si riferissero solo al San Paolo per il primo numero. Il San Paolo ha circa 60.000 posti. Oltre ad Orfani, per questi motivi, Recchioni si è molto adoperato per Mater Dolorosa, ossia la sua storia di Dylan Dog n. 361! Ovvio: lì prenderà anche i soldi dei diritti di pubblicazione. E il futuro? E' in arrivo 4 Hoods a novembre! Edmund Freisler.

domenica 11 giugno 2017

RECCHIONI VS. FRISENDA: PER PARLARE DI BILANCI DELLA BONELLI GLI AUTORI DEVONO ESSERE AUTORIZZATI!

In un pezzo leggendario ci siamo occupati dei dati di bilancio della Bonelli, mettendo a confronto le voci più significative degli ultimi tre anni. Lo potete leggere qui. Nella tabella trovate anche i dati del bilancio 2015 relativi, quindi, ai risultati dell'esercizio 2014. In un post pubblicato sul suo profilo social, ne parlò anche Recchioni che scrisse: Dati pubblici di bilancio della aziende. Soggetto: SBE. Il fatturato cresce a 31.971.034 dai 28.674.618 dell'anno precedente, e cresce anche l'utile netto, a 3.408.807 dai 2.251.688 del precedente rendiconto. La liquidità cresce anche quella, adesso siamo arrivati a 43.165.153. Le uscite sono state 299, 20 in più dell'anno precedente, le copie distribuite 18.906.710, quelle vendute 9.266.053, con un reso del 51%. Dove sta la vostra crisi? Notate bene che il Recchioni sottolinea come i dati citati indichino una crescita rispetto all'esercizio precedente, quello dell'anno 2013. Il messaggio: stiamo crescendo. Dove sta la crisi?
 

Il post è del 5 luglio del 2015. Recchioni sottolinea che il fatturato è cresciuto. Nel 2013 è stato di euro 28.674.618. Nel 2014 è salito a euro 31.971.034. Sono oltre 3 milioni di euro in più guadagnati. All'epoca Recchioni non poteva saperlo, ma il bilancio 2016 relativo all'esercizio 2015 ha segnato un diminuzione del fatturato. I 31.971.034 sono scesi a 29.028.264. La differenza è notevole. In un anno il fatturato è ben calato di euro 2.942.770. Se tra il 2013 e il 2014 il fatturato era cresciuto di 3 milioni di euro. Tra il 2014 e il 2015 il fatturato è calato di 3 milioni di euro. In pratica, tutto il surplus di fatturato relativo all'esercizio precedente è andato perduto! Chissà se Roberto Recchioni è ancora convinto che il mercato non è in crisi. Ma questo è un altro discorso. Se confrontiamo altre voci dei due esercizi di bilancio, notiamo che le copie stampate nel 2014 sono state 18.906.710. Nel 2015 le copie stampate sono calate a 17.970.000. Significa: meno 936.710 copie!
 

Ricapitolando: tra il 2014 e il 2015 il fatturato della Bonelli è calato di circa 3 milioni di euro, chiudendo però sempre in attivo. Le copie distribuite tra il 2014 e il 2015 sono calate di circa 1 milione. Interessante il confronto tra le copie vendute. Nel 2014 sono state vendute 9.266.053. Nel 2015 sono state vendute 8.940.000 copie. La differenza è notevole. Tra il 2014 e il 2015 la Bonelli ha venduto 326.053 copie in meno. Roberto Recchioni non è un analista finanziario, cioè la figura professionale che si occupa dello studio dei bilanci delle società. Il suo parere è quello di un profano. Lui pensa che un reso del 51% sia un risultato positivo. Per quanto ci riguarda, no. Un reso del 51% significa che più della metà delle copie stampate e pagate da Bonelli non è stato venduto, finendo al macero. Nel luglio del 2015 Recchioni si chiedeva dove sta la crisi. Alla luce di questi risultati, noi possiamo rispondere che la crisi c'era prima e c'è oggi più grave di prima.
 

Visto che tutte le voci a cui faceva riferimento un anno e mezzo fa segnano oggi un decremento. Dove prese Recchioni quei dati pubblicati nel post del luglio 2015? Il primo pensiero è che li abbia avuti dalla Bonelli. La Bonelli è una spa. I suoi bilanci di esercizio sono pubblici. Chiunque può averli facendo una visura al registro delle imprese. La visura ha un costo inferiore ai 10,00 euro. Non è necessario essere interni alla redazione per consultarli. E questo vale per tutti gli altri editori italiani costituiti in forma di società di capitali. Il punto che ci preme approfondire in questa sede è un altro. Come vedete dal post sotto, Recchioni sostiene che i numeri di cui ha parlato indicano che la Bonelli è in crescita. Quindi, poiché i numeri del bilancio successivo sono stati inferiori, seguendo il suo ragionamento, si può dire che la Bonelli non è più in crescita? Come sopra, Recchioni non è un analista finanziario e il suo parere è quello di un profano.
 

Sotto nei commenti Recchioni nei commenti preciserà che i dati di cui ha parlato li ha tratti da alcuni forum dove se ne parlava, quindi non li ha avuti dalla redazione. Ad un certo punto, nella discussione interviene il disegnatore Pasquale Frisenda, artista in forza alla Bonelli Editore, che chiede: Roberto Recchioni: Scusa, solo una domanda, ma tu sei stato autorizzato da qualcuno in redazione a diffondere dati simili? Seguono vari commenti in cui viene evidenziato ciò che abbiamo detto sopra. I dati di bilancio della Bonelli sono pubblici. Non serve una autorizzazione per parlarne. Frisenda chiede qualcosa di specifico. Che i dati fossero pubblici non ci piove. Ma Recchioni aveva il permesso di parlarne su un social network. Ai suoi tempi, Sergio Bonelli pretendeva dai suoi autori che di certi argomenti non si parlasse in un certo modo. Questa regola vale ancora in casa alla Bonelli o qualcosa è cambiato? Frisenda ha posto una domanda precisa.
 

Pasquale Frisenda afferma che una autorizzazione serve per parlare in pubblico di questi argomenti se chi a parlare in pubblico è un autore della casa editrice. Frisenda vuole che a rispondere sia Recchioni, a cui ha chiesto se lui ha avuto il permesso per pubblicare il post di cui sopra e discutere con semplici lettori di argomenti di carattere aziendale. Frisenda aggiunge che colui al quale è stata posta la domanda, non ha bisogno di avvocati difensori. Quello che ci colpisce è che, dalle parole di Frisenda, sembra che esista in casa Bonelli la necessità di essere autorizzati a parlare dei dati di bilancio. Il fatto che essi siano pubblici non cambia le cose. E quindi Recchioni ha avuto il permesso di farlo o la decisione di parlare su FB dei dati di bilancio della Bonelli è stata una sua iniziativa? Recchioni conosce i dati di vendita, perché non li diffonde? In realtà, in alcuni casi lo ha fatto. Come in questa intervista del 2014 parlando di 112.000 copie.
 

Ginevra del Centro Andrea Pazienza ha ragione. La Bonelli è una spa e come tutte le spa i suoi dati di bilancio sono accessibili con una comune visura che costa 2,50 euro. E lo stesso vale per Panini, Bao, Cosmo, ecc. Frisenda vuole sapere se il Recchioni è stato autorizzato a parlare dell'argomento. Il fatto che sia pubblico non impedisce ad una casa editrice di esigere dai suoi collaboratori di non affrontare in pubblico alcune questioni. Frisenda parla di una sorta di permesso per parlare del bilancio. Recchioni nega. Il problema è: perché la Bonelli dovrebbe impedire ai suoi autori di parlare in pubblico del bilancio, accessibile a tutti? La cosa sembra dare molto fastidio a Frisenda che pretende che il Recchioni si spieghi. Ci sono altre cose di cui gli autori per parlare in pubblico hanno bisogno di un permesso? Continuiamo nella lettura dei post. Potrebbe venirne qualcosa di epico visto che il contratto di Roberto Recchioni è in scadenza il prossimo anno.





Per parlare dei dati pubblici della Bonelli gli autori hanno bisogno di una sorta di permesso. Lo riferisce Pasquale Frisenda, secondo cui esiste una lettera che conterrebbe questa ed altre regole ancora. Si tratta forse di una sorta di decalogo su quello che gli autori possono e non possono dire in pubblico? Attribuendo fede a ciò che dice Frisenda, per parlare del bilancio, anche se pubblico, l'autore deve avere il permesso. Recchioni non lo ha chiesto. Dalle sue risposte piccate lo si capisce in modo chiaro. Non sappiamo come la cosa sia stata risolta in privato. Se Frisenda si è lamentato con i vertici della Bonelli perché Recchioni parla in pubblico di cose su cui gli altri devono tacere se non autorizzati. Il problema è un altro: secondo Recchioni il fatto che il 51% degli albi Bonelli resti invenduto è un fatto positivo. Recchioni è ottimista. Se la metà della produzione resta sullo stomaco non è un fatto positivo. E' una catastrofe, secondo noi. Gabriel Piazza.