martedì 18 novembre 2014

I DATI DI VENDITA DEI FUMETTI ITALIANI E IL FALLIMENTO DELLA CULTURA BASATA SULLA ARROGANZA

Twitter è uno dei social network più diffusi del pianeta. Libertà e flessibilità maggiori di facebook garantiscono la possibilità di raggiungere chiunque e in qualsiasi luogo. Si, oggi potete trovarci anche su Twitter, dove non mancheremo di aggiornarvi sulle principali novità del mondo del fumetto come al solito in modo chiaro e comprensibile. Il fumetto è in crisi e le politiche editoriali degli ultimi anni hanno avuto l'effetto di rendere più percepibile una precarietà che interessa tutto il movimento. Una crisi di vendite e di interesse con cali verticali (crolli in alcuni casi) che hanno messo in ginocchio tutto il settore. Gli editori si lamentano, si dimenano, non riescono a capire quello che accade e il motivo per cui i lettori li stanno lentamente abbandonando al loro destino. In un Paese ove la cultura è relegata sul fondo della scena e la lettura viene disincentivata con politiche che marciano in senso contrario, è necessario trattare dell'argomento fumettistico partendo dal presupposto che solo dicendo le cose come sono realmente è possibile compiere il primo passo verso l'uscita dalla crisi. Una intervista rilasciata dal creatore di Adam Wild (pubblicata sul nostro sito sabato scorso) ha fatto molto scalpore. Ma ha permesso di gettare uno sguardo sul mondo del fumetto italiano da un punto di vista innovativo al quale pochi erano abituati. E' l'inizio del cammino. Una informazione chiara e puntuale, documentata e con indicazione delle fonti (tutte pubbliche) che arricchiscono gli articoli che compaiono su questo sito. Il mondo della editoria a fumetti è cambiato e non tutti se ne sono accorti. Non solo gli editori, che di solito se ne avvedono solo dopo il fallimento, ma anche addetti ai lavori, collaboratori a vario titolo del comparto editoriale, amministratori di forum che si autodefiniscono professionisti di non si sa cosa, bulli da Facebook che insieme ai loro ingenui accoliti si trincerano dietro un muro dal quale considerano il resto del mondo civilizzato composto unicamente da troll e quant'altro. Poi ci sono i lettori, che hanno già percepito il cambiamento e chiedono con insistenza quella qualità dei contenuti che gli editori, adagiatisi su presupposti e considerazioni antidiluviane, non intendono dare. Il motivo non è tanto difficile da capire. Se alzassero il livello delle storie e dei disegni, poi dovrebbero mantenere sempre quei livelli. I lettori pretenderebbero sempre quel tipo di storie, ma così facendo gli editori sarebbero costretti a mettere alla porta rinomati scrittori e disegnatori che quei livelli non sono in grado di garantire e si appiattiscono verso il basso.


L'offerta cala nella qualità e i lettori, che vivono una crisi economica, morale e sociale senza precedenti nella storia di questo Paese, sono costretti ad operare tagli clamorosi. Testate storiche chiudono (come per Mister No) ed altre meno robuste dal punto di vista della tradizione vengono interrotte clamorosamente. Il motivo è sempre lo stesso, anche se gli editori non lo ammetteranno mai. Le basse vendite delle collane. Scrittori e disegnatori, che sono inseriti nel comparto editoriale, attribuiscono i fallimenti ai lettori, che non li avrebbero capiti. Non mettono mai in discussione il loro lavoro mai. Dall'alto della loro superiorità, i giudizi del popolo dei lettori appaiono risibili e non meritori di considerazione alcuna. Una realtà finzionistica che si ritorce contro gli editori. Falliscono e dopo che sono falliti continuano ad accusare il mondo intero che non li avrebbe capiti. Secondo la loro fantasiosa rappresentazione della realtà, se una testata chiude non è mai per le vendite basse, ma per una serie di variabili economiche tanto difficili da capire che il lettore, notoriamente ignorante, non deve nemmeno permettersi di comprendere. Deve solo prendere atto del fatto che una serie ha chiuso non per le scelte cattive dell'editore e nemmeno per le basse vendite, ma per una realtà tanto complessa da intendere come solo può essere la grande realtà di una persona adulta agli occhi di un bambino. Naturalmente, si tratta di un punto di vista del tutto errato. Che per gli editori che vi si avvicinano determina conseguenze terribili dal punto di vista economico-finanziario. Il numero di editori che falliscono periodicamente cresce sempre di più. I piccoli e i microeditori hanno già chiuso. Grandi editori hanno chiuso in passato. In tutti i casi, gli errori (a volte, madornali) commessi non vengono ammessi. La colpa è sempre di qualcosa d'altro. E così proseguono in questo cammino di massiccia autodistruzione, a testa bassa e senza tenere conto dei consigli e dei suggerimenti dei lettori che, non più sprovveduti come una volta, indicano la strada da seguire. Gli editori non ascoltano mai e i lettori reagiscono smettendo di comprare le collane. Agli editori tale risposta non piace e meno che mai ai santoni della scrittura e del disegno, ma la realtà si impone comunque. I lettori li mollano e loro restano a gridare da soli nel deserto. E oggi, grazie alla rete, vanno su Facebook e sfogano la loro frustrazione contro i lettori, che in alcuni casi li canzonano senza pietà e riguardo alcuno. Nel frattempo, la crisi continua e assume proporzioni sempre maggiori.

I grandi editori, che fino a pochi anni fa pensavano di essere al sicuro, si scoprono deboli e devono correre ai ripari. Nel fare ciò commettono altri errori. Si lanciano in assurdi progetti di rilancio, che puntualmente falliscono, determinando le risate nemmeno tanto sommesse dei lettori. Nella loro foga di apparire moderni, si insinuano in logiche ancora più incomprensibili del passato. Si affidano a pseudo-santoni del web, mettendo nelle loro labili mani immense risorse e i risultati continuano a non arrivare. Sperimentano di tutto, dalle mode del momento alle strategie più innovative, ma pur sempre nella loro retrograda ottica del vecchio secolo. E i risultati continuano a non arrivare. Rispetto al passato, però, il muro della arroganza e della vuota superiorità comincia a sgretolarsi. E dichiarano di vivere una erosione di lettori continua. Senza precedenti, senza possibilità di recupero. Come se il corso della storia li stesse spingendo verso il precipizio. In realtà, sono essi stessi che vi si spingono grazie agli errori commessi. In tutto questo vi sono artisti e autori che in Italia non riescono a trovare lavoro per le astruse logiche degli editori. Mi spiace, ma il livello delle sue opere è troppo alto per lo standard a cui ci riferiamo, questa la laconica risposta. E si emigra in Francia e in America ove è possibile avere grandi soddisfazioni. Al di là dell'oceano esistono editori con una lungimiranza che gli italiani non avranno purtroppo mai. Se un autore è costretto a lavorare per gli indipendenti americani, quando potrebbe arricchire il proprio Paese, ciò rappresenta una sconfitta per tutto il mondo del fumetto. La Image Comics rappresenta l'esempio perfetto dell'editore che affronta il mercato con le idee, badando alla qualità dei contenuti senza nascondersi dietro vuote arroganze. E non è un caso se il fumetto più venduto negli Stati Uniti è The Walking Dead n. 132 con 326.334 copie! Non un fumetto della Disney/Marvel o della Warner/DC, ma di un editore autonomo! Un editore libero che non direbbe mai ad un'artista: mi spiace, ma il livello dei tuoi disegni è troppo alto per i nostri standard. I lettori magari si abituano e siamo costretti a licenziare noti artisti che non riescono a garantire quei livelli. Gli editori italiani non imparano la lezione, anzi perseverano. E così diventano molto più piccoli, permettendo agli editori stranieri di dominarli e un giorno di inglobarli. Il percorso è già avviato. In definitiva, è la cultura della arroganza sulla quale questi editori hanno costruito le loro fortune in passato, che li sta spingendo sempre di più nel baratro.

Oggi la rete ha permesso di abbattere le barriere tra editore e autori da un lato e lettori dall'altro. I primi dovrebbero cogliere la grande opportunità. Misurarsi con le opinioni dei lettori, ascoltando le critiche per migliorare la loro proposta. Purtroppo, avviene l'esatto contrario. Raramente, l'editore italiano si mostra rispettoso del lettore su Facebook o altri social network. Il più delle volte i lettori si vedono attaccati, con forme aggressive, solo per avere criticato opere che non dovevano permettersi di criticare! La cultura del rispetto e del contraddittorio non esiste. Spinti dal cattivo esempio degli editori, gli autori, vecchi e giovani, ne approfittano per sfogare tutta la loro rabbia contro i lettori, che non li capiscono. I lettori reagiscono a loro modo. Rispondono alle aggressioni con toni non meno elevati e dopo il tradizionale vaffa, smettono di comprare la collana dell'editore e dell'autore che li ha senza motivo attaccati. E non si fermano a questo. Fanno proselitismo e convincono altri amici a fare la stessa cosa. Si scatena una guerra senza esclusione di colpi dove a perdere sono sempre gli editori e gli autori. L'armatura della arroganza si rivela fragile quando vengono convocati dall'editore che, con i conti davanti, deve comunicare loro che si chiude. E gli autori cosa fanno? Si lamentano con i lettori, che secondo loro non capiscono nulla. Devono solo aprire il portafoglio. Sul nostro sito sono stati pubblicati alcuni articoli con i dati di vendita della Bonelli che hanno fatto molto scalpore. Ci sono giunte diverse critiche da autori e addetti ai lavori vari, i quali, anziché confrontarsi serenamente sui temi oggetto del dibattito, hanno preferito trincerarsi salire sui loro scranni, sostenendo che non è possibile dedurre dal calo costante dei lettori il destino della collana! A ben vedere, sostenere una cosa del genere risponde ad una analisi corretta della realtà del mondo dell'imprenditoria. E' normale pensare che se le vendite continuano a calare ad un certo punto l'editore deve prendere una decisione: fare contento l'autore continuando a pubblicare una testata abbandonata dai lettori, rischiando di fallire oppure chiudere subito la collana. Per Mister No è avvenuto questo. La serie, ha deluso parecchio negli ultimi 40 numeri, come osservato da molti in questi giorni su Facebook e alla fine, è stata chiusa. E gli autori cosa fanno? Continuano a trincerarsi nella loro vuota arroganza. Sono convinti che il lettore non è in grado di interpretare i dati di vendita! Già è grave il fatto che gli editori italiani non diffondono i dati, mentre in America è costume comune. Sulla rete, però, si trovano dati, per così dire ufficiosi, frutto di chiacchierate con addetti ai lavori durante le fiere, che poi vengono riportati nei forum dagli stessi admin che, a vario titolo, lavorano per le case editrici! Ecco svelato il mistero. Nulla di più semplice, ma difficile da accettare.

Non è difficile capire il perché per autori e editori è fonte di fastidio il fatto che su internet si discuta dei loro dati di vendita. Essi credono che i lettori, percependo questi dati, potrebbero maturare l'idea di tagliare le testate che vendono di meno. Al di là del fatto che le chiusure arrivano comunque, è da ingenui barricarsi dietro questi motivi, eppure avviene. Nei nostri articoli abbiamo spesso citato i dati provenienti dall'autorevole sito Fumettologica, che in non poche occasioni ha sollevato il velo della innocenza di molti. E a quei dati che abbiamo fatto riferimento. Alcuni autori ci sono rimasti male, però è indubitabile che quei dati devono essere considerati attendibili. Ad esempio, il famosissimo articolo del 16 giugno 2014 in cui si citavano i dati di vendita della Bonelli, è emblematico. Subito sono arrivate le contestazioni. No, quei dati non sono veri! Ma è così? Per fortuna, no. In quell'articolo, l'autore asserisce di averli ricevuti direttamente dalle mani del direttore editoriale e dal direttore generale della Bonelli! Non addetti ai lavori che hanno fatto confidenze ad una qualche fiera, ma i vertici della casa editrice. Questi dati non possono essere messi in discussione. Citiamo il caso di Orfani, serie della Bonelli che avrebbe dovuto rivoluzionare il mercato, portare nuovi lettori alla casa editrice milanese, ma che, rispetto a questi obiettivi, è stata un fallimento. Ancora una volta, i dati vengono dal sito Fumettologica e surprise surprise dalla bocca dell'autore nel corso di interviste. Riassumiamo brevemente i fatti. In un articolo del 6 dicembre 2013, il noto sito di Fumetto d'Autore afferma che Orfani n. 1 ha venduto circa 49.000 copie. Un numero di molto inferiore agli auspici degli autori nel corso di una intervista del 16 ottobre 2013 al Fatto Quotidiano! Ecco lo stralcio dell'intervista con i desideri: Sarà un successo? Dopo il numero 1 proviamo ad assestarci sopra le 50mila copie, dice Marcheselli, sarebbe un fenomeno sopra le 80.000. E Recchioni: L’ho detto agli amici: se non riempio il San Paolo mi suicido. Quindi, ci si aspettava una vendita media superiore alle 50.000 copie e perché no, magari sulle 80.000 copie! E perché dare torto a questi sogni se la tiratura del primo numero è stata di 120.000 copie? Niente di tutto ciò è avvenuto. Fumetto d'Autore, come sappiamo, dichiarò che il numero 1 aveva venduto 49.000 copie. Arrivò un diluvio di critiche feroci verso i dirigenti del sito. Ma, surprise surprise, è lo stesso autore dalla serie che in una intervista al sito di Fumettologica dichiara: Se devo guardare ai risultati immediati, per il momento vedo 50.000 copie vendute del numero 1 (come Dragonero, ma ad un costo nettamente superiore). Allora aveva ragione Fumetto d'Autore!

Orfani n. 1 aveva venduto circa 49.000 copie, quasi la metà di quelle che gli autori e l'editore si auguravano nella famosa intervista del 16 ottobre 2013 al Fatto Quotidiano! E non finisce qui, perché, al di là di quello che pensano gli addetti ai lavori sulla capacità dei lettori di leggere e interpretare i dati di vendita, la realtà è ineludibile. In un articolo dedicato alla crisi di Martin Mystère del 12 novembre sempre pubblicato sul nostro sito, avevamo affermato che la serie di Orfani era stata destinataria di una somma alta per la sua produzione: 3 milioni di euro. Castelli, autore dello stesso detective dell'Impossibile, era intervenuto nei commenti, dichiarandosi assai sorpreso di questa notizia. Voleva sapere dove l'avevamo presa. Abbiamo risposto: nelle interviste pubbliche concesse dall'autore di Orfani. E infatti, nella intervista resa a Fumettologica del 15 gennaio del 2014, questi ha dichiarato: Partiamo da alcune cose alla base del discorso che renderanno tutto molto più semplice da capire. Primo, l’investimento di Orfani. Che ho stimato a spanne intorno al milione e 200.000 euro per dodici numeri, e che deve essere inteso come un conteggio complessivo di tutti gli aspetti produttivi: dai costi vivi di produzione (sceneggiatura, disegno, colori, lettering) a quelli di stampa, di redazione, di coordinamento, di promozione e comunicazione. Poi l'intervistatore chiede: Si tratta di un investimento superiore ad altre iniziative Bonelli: è corretto? Ecco la risposta dell'autore: La cifra stimata è un investimento più alto della media per la Bonelli, ma non di molto superiore al resto delle testate. Mentre in una intervista alla rubrica spettacoli di Tiscali del 20 settembre 2013 si parla di 3 milioni di euro. Il titolo dell'intervista è: Orfani, una scommessa da 3 milioni di euro. Queste le parole di esordio dell'intervista: Due serie da dodici albi, un budget che sfiora i 3 milioni di euro, l'abile regia del fumettista Recchioni e l'ambizione di conquistare nuove fette di pubblico di lettori senza tradire i tradizionalisti bonelliani. Eppure, anche se citiamo dati che si possono considerare ufficiali (perché provengono dagli stessi editori) e citiamo le parole degli autori nelle interviste, alcuni credono che ciò che scriviamo non sia attendibile. Stupidaggini. Negare la realtà non ha mai portato buoni frutti. E soprattutto attaccare i lettori, rimproverando ad essi di non saper leggere e/o interpretare i dati di vendita è ancora più assurdo. I lettori non sono così sprovveduti e nell'epoca di internet alcuni di essi sono super-informati e perfettamente in grado di leggere i dati di vendita. Nel progetto di espansione mediatica del nostro sito, vi invitiamo a venirci a trovare sul nostro nuovo account Twitter! @Comix_Archive

2 commenti:

  1. Difficile discutere i dati di vendita. Mister No ha chiuso perchè non piaceva più, le varie testate, Bonelli o meno, se tendono a chiudere è perchè non piacciono più. Per Orfani poi non ne parliamo. Non serve a nulla arrabbiarsi per chi dice le cose come stanno: il punto è che si fanno pochi figli, e quindi pochi acquirenti. E i pochi che nascono sono tirati su a computer e internet. E gli altri ragazzi sono tutti stranieri. Decisamente una condizione assai difficile per vendere fumetti, molto lontana dai tempi dei fumetti a striscia di Tex. E questo non si risolve con copertine variant o personaggi bisessuali. La strada resta sempre quella di fare delle storie belle che coinvolgano, con personaggi coi quali sia possibile provare empatia. E' una via difficile, ma è l'unica.

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  2. Non possiamo che condividere ciò che dici, Joe7. Il problema è sociale e culturale. Non esistono in Italia politiche di incentivazione della cultura. Ad esempio, alla recente Lucca Comics & Games 2014 tenutasi quindici giorni fa, sono state registrate circa 250.000 persone, ma se guardiamo ai dati di vendita, una testata come Zagor vende all'incirca 33.000 copie.

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