venerdì 5 dicembre 2014

HISTORICA N. 26: SCONTRO TRA IMPERI! LA CAMPAGNA DI GALLIPOLI NELL'OPERA DI STEPHANE ANTONI!

La storia è una materia che nei fumetti ha sempre ricevuto una grande attenzione, almeno da parte di editori e autori, che si sono sempre approcciati al fumetto come forma di cultura e non di semplice evasione. Mondadori Comics ha dimostrato fin dall'inizio della sua avventura nel mercato fumettistico di privilegiare la proposizione di prodotti di qualità, puntando forte verso il mercato franco-belga. La collana Prima pubblica, in contemporanea con la Francia, serie che fanno parlare di se per i brillanti contenuti e la straordinaria bravura degli autori. In un momento in cui il mercato è in seria difficoltà, privilegiare i prodotti della Mondadori Comics dovrebbe essere una priorità per quanti cercano nel fumetto una forma di letteratura e di quei valori da riscoprire. Oggi parliamo della collana Historica e in particolare del numero 26 dal titolo La Grande Guerra - Scontro tra imperi. Da grandi appassionati di storia non possiamo che applaudire per la scelta di proporre la brillante serie di Stéphane Antoni e Olivier Ormière. Ecco il testo che annuncia il numero 26: 1915, Prima guerra mondiale, fronte turco. Nell’inferno dei Dardanelli un battaglione di giovani australiani scopre la barbarie di un conflitto sanguinario; tra loro due personaggi assai diversi, Thomas Freeman e Stucker. Freeman è un soldato aborigeno capace di rifugiarsi con la mente nel Tempo del Sogno, un luogo mitico nel quale ha avuto origine il mondo in cui viviamo. È una facoltà tramandatagli dai suoi antenati che gli consente, almeno temporaneamente, di sfuggire alla realtà. Stucker è invece un ufficiale idealista che ha una sua personale e assai diversa strategia per dominare l’orrore: abbracciarlo e diventare un animale assetato di sangue. I due incarnano il dilemma eterno di ogni guerra: cavalcare l’onda di sangue e violenza o tentare di fuggirla. Questo numero racconta di uno dei capitoli più tragici della storia della prima guerra mondiale. Il conflitto scoppiò nell'estate del 1914 e trascinò il mondo intero in una guerra che provocò 20 milioni di morti. L'Italia entrò in guerra nel maggio 1915, dopo avere tradito l'alleanza con l'impero Tedesco degli Hohenzollern e l'impero di Austria-Ungheria degli Asburgo a cui era legata dal patto della Triplice Alleanza firmato nel 1882. Le truppe italiane, che formavano il Regio Esercito al comando del generalissimo Luigi Cadorna (1850-1928) e a partire dal 1917 del generale Armando Diaz, furono impegnate in specie sui fronti alpini. Alla fine del conflitto, che si risolse a favore delle forze della Triplice Intesa (Francia, Inghilterra e Russia) e loro alleati (tra cui l'Italia e gli Usa), l'Italia conquistò i territori che ancora irredenti, il Trentino e l'Istria (poi ceduta con poco onore alla Jugoslavia dei comunisti del maresciallo Tito). Il conflitto costò all'Italia circa 700.000 morti e più di un milione tra feriti e mutilati. L'episodio raccontato in questo numero non è stato meno tragico. Si riferisce alla famosissima campagna di Gallipoli e gli autori ne offrono un affresco di grande qualità a conferma che i temi storici vanno affrontati con professionalità, conoscenza della materia e sensibilità per le vicende umane dei protagonisti impegnati e non come certe forme di narrazione d'evasione che approfittano della storia per veicolare messaggi politici di sinistra come accaduto per alcune serie edite dalla Bonelli di Gianfranco Manfredi, tra cui Magico Vento, Volto Nascosto e il più recente Adam Wild. Riteniamo, infatti, che la storia non dovrebbe essere sfruttata come mezzo per fare politica, offrendo dei fatti una visione distorta per far prevalere alcune ideologie sulle altre.
 

La campagna di Gallipoli, conosciuta come battaglia di Gallipoli, campagna dei Dardanelli o battaglia di Çanakkale fu una campagna militare intrapresa nella penisola di Gallipoli dagli Alleati nel corso della prima guerra mondiale per facilitare alla Royal Navy e alla Marine nationale il forzamento dello stretto dei Dardanelli al fine di occupare Costantinopoli, costringere l'Impero Ottomano a uscire dal conflitto e ristabilire le comunicazioni con l'Impero russo attraverso il Mar Nero. La campagna, pianificata da Francia e Regno Unito, doveva inizialmente articolarsi su una serie di attacchi navali che, condotti dal 19 febbraio al 18 marzo 1915, non ottennero i risultati previsti; il 25 aprile 1915 tre divisioni alleate furono sbarcate sulla penisola di Gallipoli, mentre altre due furono utilizzate in azioni diversive, in quella che si può considerare la prima operazione anfibia contemporanea su vasta scala e dalla quale scaturirono studi teorici che influenzarono profondamente successive operazioni analoghe. L'azione fu studiata in modo da eliminare le fortificazioni avversarie e rilanciare l'assalto navale, ma lo svolgimento delle operazioni non andò come previsto dai comandi alleati: l'improvvisata organizzazione della catena di comando, la confusione durante gli sbarchi, le carenze logistiche e l'inaspettata resistenza dei reparti ottomani coadiuvati da elementi tedeschi impedirono di ottenere un'importante vittoria strategica, trasformando la campagna in una sanguinosa serie di sterili battaglie a ridosso delle spiagge. L'evacuazione finale delle teste di ponte tra il novembre 1915 e il gennaio 1916 (svoltasi peraltro assai più ordinatamente dello sbarco) suggellò uno dei più disastrosi insuccessi della Triplice Intesa durante l'intera guerra; il fallimento costò al corpo di spedizione circa 250.000 morti e feriti e fu aggravato dalla perdita di diverse unità navali di grosso tonnellaggio, nonostante gli Alleati avessero goduto di un'assoluta superiorità numerica e tecnica a confronto con le esigue forze navali ottomane. Fu una delle ultime vittorie dell'Impero ottomano in una guerra europea, prima della sua definitiva dissoluzione. L'impero Ottomano è anche protagonista delle storie di Dago pubblicate in Italia dalla Editoriale Aurea. Alla fine di settembre 1915 la campagna entrò nella sua fase conclusiva; a Capo Helles, nella baia Anzac e a Suvla la situazione era ormai a un punto morto. Lo stesso mese il commodoro Roger Keyes, il capo di Stato maggiore di de Robeck nei Dardanelli, presentò un nuovo piano per il forzamento dei Dardanelli facendo esclusivo affidamento sulla marina: nonostante il parere negativo dello stesso de Robeck, l'Ammiragliato si dimostrò abbastanza propenso a prendere in considerazione il piano solo se l'esercito avesse assicurato un nutrito appoggio. A Gallipoli però il maltempo e le malattie avevano ridotto allo stremo le forze alleate; ogni giorno occorreva evacuare circa 300 uomini e le munizioni scarseggiavano tanto che ogni pezzo aveva a disposizione solo due granate al giorno. Il 16 ottobre Londra sostituì Ian Hamilton e il suo capo di Stato maggiore Walter Braithwaite con il generale Charles Monro, il quale non fece nemmeno in tempo a sbarcare che il 28 ottobre ricevette un telegramma di Kitchener che gli chiedeva se persistere sul fronte di Gallipoli fosse ancora utile. Monro, favorevole all'evacuazione della penisola, il 31 ottobre rispose a Kitchener via telegramma caldeggiando il ritiro delle truppe, forte dell'appoggio del generale Byng e accantonando definitivamente le velleità offensive di Keyes.
 

Il generale Birdwood però si disse contrario: egli affermò infatti che effettuare un'evacuazione non solo avrebbe consegnato, logicamente, la vittoria ai turchi, bensì avrebbe avuto ripercussioni negative anche tra tutti i musulmani nell'impero britannico; lo stesso Kitchener in un primo tempo si dichiarò contrario al reimbarco appena ricevuto il parere di Monro e non venne presa una decisione definitiva. Il 4 novembre Monro fu inviato a Salonicco e il comando passò nelle mani di Birdwood, il quale si adoperò subito per rinnovare gli attacchi nella penisola; fu però frenato da Kitchener, sbarcato sulla penisola l'11 novembre per verificare di persona la situazione. Dopo diverse discussioni sulle possibili gravi perdite che la ritirata avesse potuto comportare e sulla possibilità di altre disperate azioni anfibie ad Alessandretta o nella baia di Ayas, il 22 novembre Kitchener, sicuramente influenzato dall'orientamento rinunciatario del governo, concesse con riluttanza l'autorizzazione a evacuare Suvla e l'Anzac Cove; ordinò invece di mantenere una permanenza almeno temporanea a Capo Helles. Intanto le condizioni meteorologiche a Gallipoli peggiorarono tanto che il 27 novembre nelle trincee, allagate da una pioggia battente, annegarono circa 100 uomini; nei giorni successivi una bufera di neve causò oltre 12.000 casi di congelamento soprattutto nelle fila dei soldati australiani e indiani. Il 7 dicembre il Gabinetto prese la decisione definitiva e diede l'ordine di procedere all'evacuazione totale di Suvla e Anzac. Le truppe cominciarono il reimbarco dalle baie Anzac e Suvla l'8 dicembre protette dalle retroguardie sotto il comando del capitano Clement Attlee. L'operazione si concluse con successo nella notte fra il 19 e il 20 dicembre: furono tratti in salvo 83.048 soldati assieme a 4.695 cavalli e muli, 1.718 automezzi e 186 cannoni pesanti; grazie all'accurata organizzazione e a una certa dose di fortuna le grandi perdite e il temuto disastro non si verificarono. Il 27 dicembre il governo britannico decise di evacuare anche Capo Helles, eliminando così qualsiasi presenza delle forze dell'Intesa nella penisola di Gallipoli e ancora una volta, mediante una buona preparazione e all'inattività turca, l'evacuazione avvenne concludendosi nella notte tra l'8 e il 9 gennaio 1916: furono reimbarcati senza perdite 35.268 soldati e 3.689 cavalli e muli, ma dovettero essere abbandonati 1.590 veicoli; del pari 508 muli, che non poterono essere trasportati per problemi di spazio, furono abbattuti. A Capo Helles gli Alleati lasciarono le vecchie teste di ponte disseminate di mine antiuomo; avevano fabbricato manichini sentinella e fucili a orologeria, che facevano fuoco a intermittenza co un ingegnoso meccanismo composto da due lattine, una superiore piena di sabbia bagnata e una inferiore vuota: l'acqua che fluiva dalla prima lattina ricadeva nella seconda che, abbassandosi, faceva scattare il grilletto. La campagna di Gallipoli terminò con una netta sconfitta tattico-strategica dell'Intesa. Le stime sulle perdite riportate dalle due parti durante la campagna variano molto da fonte a fonte, ma si ritiene che prima della fine delle operazioni più di 100.000 uomini rimasero uccisi: da 56.000 a 68.000 turchi, 53.000 tra britannici e francesi.
 

Lo scrittore australiano Les Carlyon stimò 43.000 morti o dispersi britannici, tra cui anche 8.709 australiani; circa un quarto del totale del contingente neozelandese sbarcato sulla penisola rimase ucciso, per un totale di 2.721 morti, mentre le forze indiane riportarono 1.358 caduti. In generale vi fu circa mezzo milione di perdite totali durante la campagna, con la storia ufficiale britannica che indica le perdite, compresi gli ammalati, in 205.000 britannici, 47.000 francesi e 251.000 turchi; la verosomiglianza di quest'ultimo dato è molto disputata e spesso sono indicati totali più alti, con alcune fonti che stimano le perdite in 2.160 ufficiali e 287.000 sottufficiali e soldati, di cui 87.000 morti. Molti soldati dei due schieramenti si ammalarono a causa delle pessime condizioni igieniche, in particolare di febbre tifoide, dissenteria e diarrea: si stima che almeno 145.000 britannici e 64.000 turchi contrassero malattie durante la campagna. Nel novembre 1918, a ostilità ormai concluse, 900 soldati australiani e neozelandesi della Anzac Mounted Division furono inviati a Gallipoli per verificare il rispetto dell'armistizio da parte delle forze ottomane: accampati a Camburnu vicino Kilid Bahr, gli uomini trascorsero tre mesi in pieno inverno a pattugliare la penisola, ispezionare le postazioni turche e identificare le tombe dei caduti; quando infine queste truppe furono richiamate in Egitto il 19 gennaio 1919, altri 11 soldati erano morti e 110 ricoverati in ospedale per malattie varie. La scrittrice Lindsay Baly affermò che "fu un tragico errore inviare uomini logori laggiù in una simile stagione". La Commonwealth War Graves Commission (CWGC), l'ente intergovernativo responsabile delle strutture cimiteriali permanenti delle forze dei paesi del Commonwealth, gestisce trentuno cimiteri di guerra nella penisola di Gallipoli: sei a Helles (più una tomba singola, quella del tenente colonnello Charles Doughty-Wylie dei Royal Welch Fusiliers), quattro a Suvla e ventuno nella testa di ponte ANZAC; per i caduti ignoti o seppelliti in mare esistono cinque memoriali dedicati, mentre altri due cimiteri di guerra del CWGC sono trovano nell'isola di Lemno, principalmente dedicati ai soldati morti negli ospedali che qui erano situati. L'unico cimitero dedicato ai caduti francesi si trova vicino Sedd el Bahr. I cimiteri variano molto in grandezza, dalle 3.000 tombe del cimitero di Greenhill a Suvla alle 100 del Walker's Ridge di Anzac: generalmente i caduti venivano seppelliti nella zona dove erano stati uccisi invece di essere riuniti in fosse comuni. Alle unità cimiteriali britanniche fu vietato l'accesso alla penisola fino alla conclusione della guerra, con la conseguenza che molti dei contrassegni originari andarono perduti lasciando un'alta percentuale di tombe non identificate. Gli ottomani fecero pochi sforzi nella campagna per predisporre cimiteri di guerra duraturi e i caduti venivano di solito ammassati in fosse comuni; vi sono vari monumenti e memoriali (il più importante dei quali è il "Memoriale dei Martiri" di Çanakkale) ma un'unica tomba di guerra identificata, quella di un sergente rimasto ucciso a Sari Bari. Ogni 25 aprile, anniversario dello sbarco all'Anzac Cove, in Australia e Nuova Zelanda viene celebrato l'ANZAC Day, la giornata in cui vengono ricordati i soldati di queste due nazioni caduti in tutte le guerre; forte è inoltre la carica simbolica associata, che rappresenta il grande contributo dei soldati australiani e neozelandesi e la crescita del loro patriottismo. Per questo motivo il significato della campagna è profondamente sentito in questi due paesi: nella storiografia popolare viene descritta come "battesimo del fuoco" e collegata al loro emergere come libere nazioni, affrancate dal dominio coloniale britannico; per alcuni la campagna denota anche la nascita di un'autentica identità nazionale australiana dopo la guerra, strettamente vincolata alla concettualizzazione popolare delle qualità dei soldati che la combatterono, riassunta nel concetto di "spirito dell'Anzac". L'enfasi che ancora dopo molti anni ha caratterizzato il ricordo della battaglia spinse nel 1981 il regista australiano Peter Weir a raccontare la battaglia dal punto di vista dell'ANZAC nel film Gli anni spezzati. Che dire? Non possiamo fare a meno di consigliare la lettura di questa straordinaria opera edita dalla Mondadori Comics.

4 commenti:

  1. Con interventi come questo gli autori italiani perdono lettori... Autori come Boselli, Manfredi o Recchioni (nonostante voi abbiate lanciato una crociata contro gli ultimi due, in particolare Recchioni) non hanno nulla da invidiare ai fumettisti stranieri. Io continuerò a leggere solo Bonelli convinto, almeno avranno l'appoggio di una persona (e non mi pare di essere solo). Inoltre il mondo reale è molto diverso da quello che voi raccontate, o che leggiamo sui social network o sui forum. E, per favore, la frase riferita a Manfredi e ai suoi lavori mi sembra molto infantile, soprattutto dopo aver letto la vostra intervista allo stesso autore...

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    1. E poi dici che non sei un fan di Terence Hill! Non sono certo i nostri interventi che fanno perdere lettori agli autori italiani, ma sono gli autori italiani che, producendo materiale non all'altezza di certi standard di qualità, inducono i lettori italiani a dirigersi all'estero. Gli autori francesi e belgi sono molto, ma molto superiori a quelli italiani e salvo piccole eccezioni (Crepax, Magnus e le mitiche sorelle Giussani) il resto non si è mai elevato al di sopra della mediocrità, secondo il nostro giudizio. E ci spiace dirlo, ma gli autori italiani attuali dovrebbero andare a scuola da quelli americani, franco-belgi e giapponesi per apprendere come si scrivono e disegnano fumetti. Naturalmente, nessuno ti vieta di continuare a leggere le serie prodotte dalla Bonelli, ma parliamo sempre di collane ospitanti storie che non offrono molto di più di puro svago o evasione dalla realtà. Parliamo, ancora, di serie e personaggi creati per un pubblico di giovani o giovanissimi e con la sola eccezione di Tex, tutto il resto della produzione della casa editrice milanese non si discosta da questo modello molto semplice. La Bonelli si trova in una situazione di grande difficoltà. Le vendite sono precipitate. Per affermazione stessa degli autori, venticinque anni fa si vendeva quattro volte di più. Lo stesso Dylan Dog (toh! Un personaggio che ha per cognome la parola "Cane"!) nel 1996 vendeva quasi 600.000 copie e oggi forse nemmeno più 100.000 copie. Ciò significa che in venti anni, l'Indagatore dell'Incubo ha perso mezzo milione di lettori! E se questo non è un disastro, non immaginiamo cosa altro possa esserlo. Il tuo riferimento al mondo reale, amico Nessuno, è incomprensibile. Sei sicuro di essere connesso con la realtà che ti circonda? Espressioni come le tue inducono seri dubbi in questo senso. Non immaginiamo a quale aspetto della realtà, secondo te, da noi raccontato non corrisponde a quella effettiva, ma dubitiamo che tu ne sia consapevole. Anzi, è possibile che tu abbia avuto una percezione errata della realtà dai forum e dai social network. Ti facciamo un piccolo esempio: serie che sulla rete sono osannate, nella mondo vero non riescono ad imporsi. E cosa fanno gli autori? Invece di prendere atto della loro mediocrità, accusano i lettori che non capiscono. Se la prendono con la crisi o i critici, quando dovrebbero prendersela con se stessi, fare mea culpa e riconoscere di avere realizzato un prodotto scadente che i lettori hanno giustamente rifiutato. La frase riferita a Manfredi rispecchia esattamente i contenuti delle opere che ha prodotto e produce. Serie storiche in cui il vero cattivo è il modello sociale che ha espresso le condizioni che non hanno permesso agli uomini e alle donne di essere felici. Il fumetto viene utilizzato per canalizzare idee socialiste, che noi riteniamo aberranti. Abbiamo pubblicato l'intervista/chiacchierata con Manfredi, ma questo non cambia il nostro giudizio e la nostra opinione. Abbiamo dato a Manfredi libera parola e abbiamo pubblicato il testo dell'intervista da lui alla fine approvato. Sul nostro sito diamo spazio solo ai fumetti che riteniamo espressione di valori culturali notevoli e quei fumetti che, nonostante esprimano valori contrari, assicurano buone vendite. Aspettati di leggere in futuro articoli dedicati a Tex e Diabolik.

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  2. Giusto. Ad esempio John Doe era osannato in rete, ma non vendeva molto (e sempre di Recchioni era). Però esiste anche l'esatto contrario. Io ti posso dire che da me le copie di Dylan Dog nuovo corso sono esaurite. Questo NON vuol dire che gli autori sono dei geni e piacciono a tutti. Sono sicuro che tra qualche albo ne venderò meno, ma è normale, lo slogan Nuovo Corso ha attirato molti (in trappola? Forse sì, forse no). Poi c'è a chi piace e a chi non piace. Ma siamo anni luce distanti dalla direzione Gualdoni. E vi assicuro che sono connesso alla realtà. Adesso voi potrete dire che sono un accolito di Recchioni, che mento. Ma questa è la mia esperienza.
    Infine voglio farvi notare che dietro al rilancio di Dylan Dog non c'è solo Recchioni, che è arrivato nella redazione della Bonelli e ha detto "Perché non pensioniamo Bloch?". Dietro c'è stato un meticoloso lavoro da parte di Barbato, Bilotta, Simeoni, Medda. Ambrosini... per non parlare degli illustratori. E poi Marcheselli, e lo stesso SCLAVI. Se hanno scelto Recchioni, un motivo ci sarà stato...

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    1. Egregio nessuno, qui nessuno mette in dubbio che dalle tue parti le copie di DyD siano esaurite. Ma "dalle tue parti" è un po' poco per avere una valutazione su livello nazionale, non credi? Ci spiace deluderti, ma i pareri sul rilancio (che è cominciato da più di un anno, esattamente con il numero 325 del settembre 2013) sono molto negativi. Solo per pietà non abbiamo citato quelli provenienti da altri siti e sempre per pietà non abbiamo postato tutti i video negativi che affollano Youtube. Il pensionamento di Bloch è stato un grosso errore, caro Nessuno. Un errore che sarà pagato a caro prezzo. Una scelta dilettantistica. I nomi che hai citato non ci dicono nulla. Se vi fosse stato un reale valore dietro di essi Dylan Dog non sarebbe nella disastrosa situazione in cui versa. Inoltre, siamo convinti che se questo rilancio fosse affidato a dei professionisti, questi sicuramente non perderebbero tempo a scrivere stupidaggini su Facebook o a litigare per futili motivi con i lettori come capita sovente per il curatore della collana dell'Indagatore dell'Incubo. Ma dove si è mai visto che un editor attacca i lettori in rete e li offende? Tempi durissimi attendono Dylan Dog e la Bonelli che ha investito molto in questa folle operazione per non parlare dei soldi sprecati per Orfani, che si può ritenere come uno dei flop più grandi della storia dell'editore milanese.

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