domenica 4 gennaio 2015

NUOVIFUMETTI PRESENTA: DAGO (ANNO XX) N. 11 - RECENSIONE CRITICA, STORICA E ARGOMENTATIVA

Avevamo lasciato Dago nell'ultimo numero impegnato in una delicata missione per il sultano Solimano I, che, spinto nei suoi propositi dal re di Francia Francesco I, aveva deciso di mettere le mani sul regno di Ungheria. Una storia molto intensa in cui ha spiccato per grande eccellenza il personaggio di Janosh Zapolya, che è stato davvero re di questo Paese con il nome di Giovanni I dal 1526 al 1540. Le pagine di Dago sono pagine di storia e rappresentano, attualmente, l'unico fumetto presente nel mercato italiano dotato di una spessore culturale assai notevole. La storia raccontata nelle pagine del fumetto è stata leggermente modificata e alcuni eventi sono immaginari, come, ad esempio, il figlio di Zapolya, che a sua volta diventerà re col nome di Giovanni II dal 1540 al 1571, che sarebbe nato da una relazione della moglie Isabella Jagiello con il nobile conte Torok. Gli eventi si sono svolti nella seconda metà del 1526 subito dopo la morte del re Luigi II, perito in una battaglia con i turchi poche settimane prima. Dago aveva il compito di spingere il Zapolya a stringere un patto con il sultano e schierarsi contro il Sacro Romano Impero di Carlo V, i cui discendenti conquisteranno effettivamente l'Ungheria, che tra il 1867 e il 1918 sarà fusa nel cosiddetto Impero d'Austria-Ungheria. Oggi ritroviamo ancora una volta Dago al servizio del sultano per una missione non meno pericolosa di quella descritta nel numero 10. Dago arriva a Venezia convocato dal suo amico ebreo Avram, che anni prima gli aveva salvato la vita in un duello. Dago è arrivato dopo molto girovagare perché la lettera ha impiegato un anno a raggiungerlo. Nella casa dell'ebreo c'è Ismail Pascià, un potente ministro del sultano. E' stato lui a richiedere il suo intervento. All'epoca la repubblica di Venezia era alleata dell'Impero Ottomano. Pascià cerca Dago su ordine di Ibrahim Pargali Pascià, gran visir del Sultano e suo grande amico. Il titolo di gran visir presso la corte di Istambul corrispondeva a quello di Primo Ministro. Ibrahim era, dunque, il capo di tutti i ministri dell'imperatore ottomano. Aveva il compito di gestire tutti gli affari dello Stato e poteva convocare tutti gli altri visir, cioè i vari ministri, a lui gerarchicamente subordinati. In questo periodo i turchi erano in piena espansione nel Mediterraneo. Dopo avere conquistato l'Ungheria e arrivati a poche centinaia di chilometri da Vienna, Solimano si era dedicato al consolidamento dei suoi domini nell'Africa del nord, ma una terra resisteva ancora alla sua colonizzazione: la Nubia, che corrispondeva alla parte meridionale dell'Egitto, già parte dell'Impero Ottomano dal 1517 e alla parte est dell'odierno Sudan. Un grande contingente militare era stato inviato su ordine del sultano nella zona per reprimere i moti di opposizione, ma non aveva più dato sue notizie. Migliaia di uomini scomparsi letteralmente nel nulla. Pascià chiede, dunque, a Dago di partire per la Nubia con un gruppo di uomini scelti e di indagare su questo mistero. Dago è già stato lì in passato e conosce bene la regione. Per quanto prudenti, le mosse di Pascià sono state seguite ed è ovvio che a questo punto l'attenzione si sposta su Dago che diviene il principale obiettivo.


Mentre esce dalla casa di Avram, Dago viene aggredito da alcuni uomini. Sono stati mandati dal generale Umur Bey, comandante di un contingente turco in Egitto per dare man forte al regno di re Buntu, nemico e rivale delle popolazioni nubiane che vorrebbe annettere. Al porto di Venezia lo aspettano cinque uomini guidati da Hafar con oro, cibo e lasciapassare. Questi eventi dovrebbero avere luogo intorno al 1527, anno in cui la presenza turca in Egitto si stabilizza con la divisione del Paese in quattro classificazioni e quindi pochi mesi dopo la conclusione degli eventi narrati nell'episodio precedente di Dago in Ungheria. Durante il viaggio gli uomini sono nervosi. Sono persone d'azione, più abituate a combattere che a oziare. Parlano di una misteriosa regina strega chiamata Salima, vecchissima (si sussurra che abbia più di cento anni) e alla guida di un gruppo di feroci guerrieri che la seguono con cieca devozione, che nessuno vorrebbe incontrare o affrontare. Il gruppo arriva al Cairo pochi giorni dopo ed inizia il viaggio verso il Sud del Paese in direzione della Nubia alla ricerca del battaglione perduto. Giunti all'altezza delle tre piramidi si imbattono nei resti di un bivacco di soldati. Trovano solo una vecchia, unica sopravvissuta della strage. Il viaggio continua verso le zone più interne attraverso il deserto e l'attenzione di Dago comincia a concentrarsi su Samila e a un misterioso segno che si trova ovunque: un un cerchio schiacciato ai poli con linee ondulate al centro. E' il segno di Samila. Dago e i suoi uomini sono entrati nei suoi domini. Perfino le bestie lo possiedono, come il feroce leone che attacca Dago. Il provvidenziale intervento di Hafar lo salva da una morte terribile. Poco dopo, un indigeno nubiano che gli conferma l'ingresso nel regno della regina Samila, segna l'inizio di una avventura incredibile destinata a sfociare, come vedremo, nel soprannaturale. Ciò che colpisce delle parole del nubiano è che parla del sua Paese come una nazione, disconoscendo quindi l'influenza e l'autorità dei turchi che all'epoca occupavano questa zona da molti anni. L'uccisione di cammelli si rivela necessaria per procurarsi carne fresca e banchettare nel deserto baciato dal sole cocente. Ma anche questi animali riportano il simbolo della mitica regina strega. L'attenzione di Dago e dei suoi amici viene attirata dalle grida di una donna. A pagina 40, infatti, i nostri avventurieri fanno la conoscenza dei guerrieri di re Buntu, che ambisce al controllo della regione spalleggiato dalle truppe ottomane guidate da Umur Bey. Buntu è, infatti, nemico della regina strega e i suoi soldati sono cannibali. Tutti hanno paura di incontrarli, ma non Dago, che nella sua lunga carriera ha affrontato pericoli ben più gravosi. A pagina 42, i cannibali danno prova della loro ferocia. Vorrebbero mangiare la ragazza, ma il decisivo intervento di Dago e dei suoi uomini la salva da un destino orrendo, che sembrava certo fino a pochi istanti prima della loro azione. La ragazza si chiama Nalia e afferma di non avere mai sentito parlare della regina Samila anche se essa riporta il simbolo della regina strega sul braccio.

Il disegnatore Marcelo Valentini la ritrae nuda, ma non volgare e il suo corpo si adatta perfettamente alla nudità dell'ambiente del deserto nubiano. Il gruppo, a cui Nalia decide di aggregarsi, si accampa per la notte. Sono stanchi e resi deboli dalle fatiche della camminata nel deserto, così quando la ragazza offre loro un infuso rigenerante accettano senza battere ciglio. E' stato un tragico errore. Dago e i suoi si risvegliano la mattina circondati da un gruppo di soldati nubiani in una città antica. L'infuso conteneva del narcotico. Dago è preoccupato. Sa di essere in pericolo, ma non conosce le intenzioni dei suoi carcerieri. A pagina 54 viene finalmente mostrata la regina strega Samila, a cui sono introdotti i nostri eroi. La donna è vecchissima. Raggrinzita, di piccole dimensioni, ma vigile. E' probabile che abbia davvero più di cento anni come raccontano in tanti. Essa mostra di conoscere bene la storia. Dago le garantisce di non venire con intenzioni ostili. Il suo scopo è quello di portare un messaggio di pace dei turchi fedeli al sultano. Samila ribatte che i sultani sono figli di schiavi, mentre la sua stirpe discende direttamente dai Tolomei, a cui anche la regina Cleopatra secoli prima apparteneva. Dago è più informato di lei. I Tolomei, infatti, non sono egiziani, ma greci discendenti da Alessandro Magno. E la regina Samila afferma di ricordare quei tempi! Allora quanti anni ha? Possibile che sia vecchia di migliaia di anni o che probabilmente non si tratta nemmeno un essere umano? Samila accetta di firmare alleanza con il sultano, ma a condizione che Dago guidi il suo esercito contro le orde di Buntu spalleggiate dai turchi di Umur. A pagina 57 inizia il duro addestramento. I nubiani sono valorosi guerrieri, ma l'arte della guerra moderna è loro sconosciuta. A questo punto, molti si chiederebbero perché una parte delle truppe ottomane presenti nella regione si sono schierate per i cannibali di re Buntu. Umur agisce per conto di Roxelana, favorita del sultano che intende liberare il suo amato dall'influenza del visir Ibrahim. Per questo motivo, essendo la Nubia una sua conquista personale, vorrebbe dimostrare a Solimano l'incapacità del suo amico di gestirla. Dago è perfettamente a conoscenza di questi fatti e agisce di conseguenza. Sconfiggere Umur diventa prioritario. Egli rappresenta l'autorità militare di Roxelana nella regione. Le pagine 60-61 sono eccezionali. Hafar viene sfidato da un capo-guerriero nubiano che non accetta la sua autorità. Il disegnatore Valentini realizza delle scene di lotta degne di un manuale pratico di arti marziali. La sua perizia grafica è straordinaria. Alle pagine 63-65 Dago conosce più intimamente Nalia e giace con lei nei pressi di una cascata, il tutto senza volgarità tipiche di altri fumetti italiani per ragazzi. Intanto, l'addestramento continua. I guerrieri di Samila sono quasi pronti e Hafar e gli altri cinque mercenari che accompagnano Dago cominciano a capire come possa essere bella una vita di pace e di serenità. Il mistero più grande resta la sorte del battaglione perduto. Nessuno sa che fine abbia fatto. L'autore della storia non lo sottolinea, ma è probabile che quei soldati fossero agli ordini di Umur per conto del sultano e che siano stati diretti in qualche trappola. A pagina 69 viene descritto un altro particolare incredibile su Samila. Ella ricorda la grande battaglia di Kadesh avvenuta nel 1278 a.c. e cioè circa tremila anni prima del periodo in cui è ambientata questa avventura di Dago! Quanti anni ha questa donna?

Combattuta sulle rive del fiume Oronte, nell'attuale Siria, contrappose le due più grandi potenze del Vicino Oriente antico: l'Egitto ramesside e le forze ittite di Muwatalli II; questa battaglia costituì l'atto finale di una lunga serie di guerre tra i due regni e fu probabilmente quella dove venne impiegato il maggior numero di carri da guerra trainati da cavalli (circa 5.000 o 6.000). Un soldato annuncia l'allarme. Le forze di Buntu sono in avvicinamento e ai loro fianchi marciano le truppe ottomane del generale Umur, che hanno addestrato i guerrieri nubiani. Dago ordina allerta generale, ma la situazione è assai critica. Le forze di Samila, anche se ora sono addestrate alla guerra moderna, sono inferiori numericamente e come armamento. Non possiedono artiglieria, né fucili e altre armi da fuoco. L'esito sembra scontato, ma Samila tira fuori l'asso nella manica. Ordina di attirare i nemici presso un luogo chiamato la Laguna senza pietre, un luogo che Naila conosce molto bene. In questa occasione il disegnatore Marcelo Valentini la rappresenta con il seno coperto. Il luogo indicato dalla regina strega si scopre essere una immensa distesa liscia di sale circondata da alte pareti rocciose. Il luogo perfetto per un attacco improvviso, ma gli uomini di Dago sono troppo pochi per sperare di sconfiggere il nemico preponderante. Alla vista di Naila che incita i guerrieri nubiani, Umur ordina l'attacco. La Laguna senza pietre si rivela il migliore alleato per Dago. La sabbia fine che si trova sul terreno liscio si alza, circondando il nemico in una nuvola accecante. I primi ad attaccare sono gli arcieri, che fanno piovere sugli uomini di Buntu-Umur un diluvio di frecce, poi tocca alla possente fanteria armata con lance appuntite lunghe e terribili. La strada sembra sbarrata. A pagina 82 si consuma il destino di Umur Bey. Da una altura Dago lo avvista. Umur lo vede a sua volta, ma non può impedire alla lancia scagliata da Dago di trafiggerlo. Ma tutto questo come può fermare l'avanzata di un esercito numericamente superiore e meglio armato? A pagina 85 viene svelato il mistero. All'improvviso il terreno si frantuma e inghiotte i soldati nemici! La Laguna senza pietre si rivela essere, in realtà, un gigantesco crepaccio coperto alla sommità da una sottile distesa di sale, che il peso sempre maggiore dei guerrieri di Umur e di Buntu ha fatto crollare. In pochi secondi finisce tutto. Quello che era un grande e potente esercito svanisce nel nulla, proprio come probabilmente mesi prima era accaduto al battaglione inviato dal sultano per piegare la resistenza della Nubia. A pagina 86 si compie anche il destino di re Buntu. E' Naila che lo finisce con una freccia. Il grande buco apertosi nel terreno si richiude, quasi come per magia, con altro sale caduto forse dalle alture vicine. Alla città capitale del regno di Samila è giorno di festa. Gli uomini sono contenti. Le perdite sono state minime e un nemico terribile è stato abbattuto definitivamente. In più, grazie all'appoggio di Dago, i nubiani possono contare sull'alleanza di Solimano I. Nelle pagine non viene narrato, ma forse Roxelana non sarà stata contenta di apprendere i fatti accaduti in Africa del nord, mentre il gran visir Ibrahim ora vede la sua posizione fortificata grazie a Dago. A pagina 91 finisce anche l'avventura mortale di Samila, la mitica regina strega.

Viene ritrovata distesa a terra a pochi centimetri dal suo trono, piegata ma non vinta dal destino. Dago la prende e la colloca nella sua tomba, alla quale era già destinata prima che nascesse. Quando ritorna di sopra ritrova Naila seduta sul trono che fino a poco prima era di Samila. Ora è lei la nuova regina strega. Ma non è più Naila. Ora è Samila, che continuerà a rinascere sul suo popolo, saggia ed eterna, reincarnata in giovani preparate a questo destino di successione e a perpetuarne la leggenda. Dago lascia la Nubia con più domande rispetto a quelle che lo avevano portato in quel luogo. Hafar e gli altri decidono di restare al servizio della nuova Regina Strega ammaliati dagli agi della vita che in quel luogo possono condurre. Una bella avventura questa di Dago, non c'è che dire. Lo scrittore Manuel Morini si rivela di eccezionale talento, dimostrandosi autore di una sceneggiatura di alto spessore culturale, che non ha nulla da invidiare a quelle del maestro Robin Wood. Il ritmo della narrazione è incalzante e tanti cosiddetti sceneggiatori italiani dovrebbero prenderla a modello per i loro lavori, anziché bazzicare nella mediocrità in cui trascinano i fumetti che scrivono per altri editori italiani e stranieri. Marcelo Valentini, autore delle tavole di questa storia, si pone come uno dei migliori artisti del mondo del fumetto. Il tratto preciso, quasi maniacale nella cura dei particolari, lo elegge a uno dei più grandi. Le espressioni che rappresenta sui volti dei personaggi sono vive, forti e trasmettono una energia resa ancora più potente dalle sceneggiature di Morini. Un tratto diverso da quello di Marchionne, autore dei disegni del numero precedente, ma efficace, preciso e potente. Il massimo della bravura è stato nella descrizione delle scene della battaglia tra le forze di Dago e quelle di Umur e di Buntu. Un tratto che ricorda molto quello del disegnatore americano John Buscema. La battaglia consumata alla Laguna senza pietre è un omaggio alla grande battaglia di Kadesh, menzionata da Samila a pagina 69. Evento realmente avvenuto nel 1278 a.c. tra le forze egiziane di Ramesse II e gli ittiti del re Muwatalli. Non è ben chiaro chi vinse quella battaglia tra quelle che al tempo era due superpotenze del vicino oriente. Alcuni storici ritengono che, probabilmente, a trionfare furono gli ittiti, più forte di numero, mentre l'enfasi con cui le fonti egizie raccontano la loro vittoria può essere attribuita ad esigenze più politiche che reali. L'esercito egiziano era composta da 20.000 uomini (15.000 fanti e 5.000 cavalieri), mentre l'esercito ittita era composto da circa 40.000 soldati, il doppio di quelli egizi. In seguito tra egiziani e ittiti venne firmato un trattato di pace, noto come trattato di Kadesh. A spingere a più miti consigli gli ittiti erano le vicende che si erano verificate nel loro regno. Muwatalli erano morto poco dopo la battaglia e la crisi dinastica portò sul trono il fratello Hattusili III. A oriente si profilava una nuova minaccia, quella dell'impero Assiro. Era, quindi, necessario assicurarsi la pace con gli egiziani a occidente. Non c'è dubbio che gli autori della storia abbiano voluto tracciare un parallelo tra la situazione politica del tempo dell'avventura di Dago con quella del tempo di Ramses. Resta il mistero sulla Nubia e sulla mitica regina strega Samila. E' veramente esistito questo personaggio?

La Nubia è una delle regioni più antiche del vicino oriente. Secondo gli storici, il clima della regione divenne molto favorevole dopo l'ultima glaciazione, compresa tra 10.000 e 6.000 anni fa. Etimologicamente, il termine Nubia deriva dall'antico egizio NWB, che significava oro, essendo concentrata nella regione l'estrazione di gran parte del prezioso metallo, dai tempi più remoti fino ai primi secoli dell'era cristiana, tanto che, in età ellenistica, nel pieno deserto nubiano, accanto alle miniere maggiormente prolifiche sorse la città di Berenice Pancrisia, recentemente portata alla luce da una spedizione archeologica italiana. Nel periodo arcaico e nel periodo classico, è praticamente impossibile separare la civiltà nubiana da quella egizia, in quanto la Nubia fu più volte vassalla (ed - in certuni periodi - pure annessa al potente regno egizio). Fino al 280 a.C., addirittura, la scrittura nubiana era il geroglifico. Tutte le fonti storiche di cui disponiamo sul paese sono di provenienza egizia. Dai dati più recenti sembra emergere che, prima dell'avvento del regno unitario del faraone Narmer, o Menes, nel 3200 a.C. circa, l'Egitto fosse diviso in due regni, quello settentrionale e quello meridionale. Molti faraoni delle dinastie successive erano, però, nubiani, a conferma della grande influenza che quello che può essere definito come l'Egitto sud esercitava sulla parte settentrionale che aveva il suo centro politico a Tebe. E' più probabile che gli autori abbiano voluto riferirsi al mitico regno del Prete Gianni, figura misteriosa, di cui non è certa la reale esistenza storica, la cui leggenda era molto popolare nel periodo in cui è ambientata la storia di Dago di questo numero. Fra Giovanni da Pian del Carpine, che, in veste di ambasciatore del Papa in Estremo Oriente, aveva assistito nel 1245 all'incoronazione del terzo Gran Khan Kuyuk, nella cronaca dei suoi viaggi (Historia Mongalorum) narra di come Ogüdai, successore di Gengis Khan, era stato sconfitto dai sudditi di un re cristiano, il Prete Gianni, che erano conosciuti come Quegli Indiani chiamati Saraceni neri, o anche Etiopi. E', quindi, probabile che il regno nubiano descritto da Morini possa essere riferito al mitico regno di questo sovrano cristiano. Secondo i teorici degli antichi astronauti, questa figura potrebbe riferirsi ad un regno alieno costituito sulla Terra, nella parte dell'Africa ove, sempre secondo essi, si sarebbero insediati gli Anunnaki di Enlil e Enki provenienti dal pianeta Nibiru, che si troverebbe ai limiti estremi del sistema solare. Gli antichi sumeri descrivevano questa pianeta nella loro cosmogonia insieme agli altri pianeti nella posizione conosciuta attualmente. Il prete Gianni è comparso anche nel fumetto di Martin Mysterè, anche se l'ipotesi formulata da Castelli, che localizzerebbe il suo regno in Florida, non è legata ad alcun riferimento storico. Nei fumetti Marvel, la figura del Prete Gianni ricorre nella serie dei Fantastici Quattro ed esattamente nel numero 50 della collana americana, tradotta in italiano nell'episodio noto come L'occhio del male del 20 febbraio 1973. Un misterioso personaggio in armatura, viene svegliato, dopo un sonno di secoli all'interno di una piramide, dalla Torcia Umana, cui si presenta come Prester John, appunto, Prete Gianni. Alla Torcia racconta dei suoi stupefacenti viaggi in regni che vanno dell'estremo oriente, all'impero Azteco, fino ad arrivare alla mitica Avalon, di cui descrive le meraviglie ed il progresso tecnologico.

In Avalon, venne posto in animazione sospesa per secoli, sopravvivendo alla distruzione del regno, fino al casuale incontro con la Torcia alla ricerca della Valle Segreta degli Inumani e della sua Crystal. Un'altra apparizione si ha nel numero 160, sempre de I Fantastici Quattro - ed.Corno. Come si può vedere, si tratta di un personaggio minore, una sorta di strano cavaliere medievale, le cui avventure spaziano dalla corte di re Artù, a quella di Riccardo Cuor di Leone e si intrecciano spesso con quelle di un altro personaggio medievaleggiante della Marvel, Sir Perceval il Cavaliere Nero. Tale Prete Gianni (chiamato all'inglese Prester John, anche nelle versioni italiane) possiede un amuleto pressoché onnipotente, ottenuto coniugando tecnologie aliene e magia, il cosiddetto Occhio del male (da cui il titolo del primo albo su cui è comparso). Tale attrezzo è desiderato da potenti entità, come il dio vichingo del male, della magia e del fuoco Loki ed il misterioso demone Dormammu, signore di un universo tenebroso. Ciò perché tale attrezzo è in grado, tra l'altro, anche di fondere tra loro gli universi paralleli. Proprio la ricerca di tale oggetto è il preludio ad uno dei primi crossover della Marvel: la saga I Difensori vs I Vendicatori (prima edizione italiana nel 1974, a cura dell'editoriale Corno). Un altro personaggio realmente esistito e menzionato in questa storia è Roxelana, favorita del sultano Solimano I. Si tratta di Alexandra Anastasia Lisowska e conosciuta in Europa semplicemente come Roxelana, (Rohatyn, 1500 – Costantinopoli, 18 aprile 1558) è stata una concubina ottomana divenuta poi moglie di Solimano il Magnifico. Hafar e Dago nel parlano a pagina 22, seconda vignetta. Il vero nome di Roxelana è sconosciuto ed è la tradizione letteraria a chiamarla Alexandra o Anastasia Lysowska. Abbiamo poche informazioni sulle origini di Roxelana e le fonti documentarie o i testi sulla sua vita prima di entrare nell’ harem del sultano, sono inesistenti. Delle origini di Hurrem parlano solo le leggende e le opere letterarie. A metà del XVI secolo, Mihalon Lytvyn, ambasciatore del Granducato di Lituania nel Khanato di Crimea, scrisse il libro "Sui costumi dei Tartari, lituani e moscoviti" (De moribus tartarorum, Lituanorum et moscorum 1548-1551) in cui, nella descrizione della tratta degli schiavi, affermava: "La moglie preferita del corrente imperatore turco, madre del primogenito dell'imperatore e che governerà in futuro, è stata rapita dalla nostra terra, facendo pensare che ella fosse di origine ucraina. Nel 1621-1622, il poeta Samuel Twardowski, membro del governo di Polonia, scrisse che i turchi gli avevano rivelato che Roxelana fosse la figlia di un sacerdote ortodosso di Rohatyn. Gli storiografi osservano come l'affermazione di Twardowski si confermi esattamente con la vecchia canzone popolare di Bukovina che cantava la storia di una graziosa ragazza di Rohatyn di nome Anastasia, rapita dai Tartari e venduta nell'harem del Sultano Solimano. Il vero nome di Roxelana probabilmente era dunque Anastasia. Secondo la tradizione letteraria polacca il suo vero nome era Alexandra ed era la figlia di Gavrila Lisowski, sacerdote di Rohatyn, mentre gli storiografi sovietici hanno accetto la versione della letteratura ucraina del XIX secolo, secondo cui la ragazza si chiamava Anastasia.

Nella storia di Dago di questo numero si fa riferimento al conflitto tra Roxelana e il gran visir Ibrahim Pascià. Riuscì ad attirare subito l'attenzione del sultano divenendo oggetto di gelosia da parte delle rivali. Un giorno, la preferita di Solimano, Mahidevran, aggredì Roxelana e la picchiò in modo violento. Questo episodio è stato descritto dall'Ambasciatore veneziano Bernardo Navagero, nel 1553. Mahidevran insultò Hürrem, le graffiò il viso, le strappò i capelli e anche i vestiti. Dopo poco Roxelana venne invitata nella camera da letto del Sultano e rifiutandosi di apparire davanti agli occhi del suo padrone in quello stato, venne convocata per dare le sue spiegazioni. Solimano chiamò subito Mahidevran, chiedendole se Roxelana avesse detto la verità. Mahidevran sostenne di essere lei la prima donna del sultano, che le altre concubine dovevano ubbidire a lei e che fece poco a Roxelana, doveva sfigurarla ancora di più. Sconvolto dal fatto, Solimano bandì Mahidevran dalla capitale e la inviò a Manisa, assieme a suo figlio, il principe Mustafa considerato l'erede al trono. Nel 1521 muoiono due dei tre figli che Solimano ebbe da Mahidevran. L'unico erede rimasto era un bambino di sei anni, Mustafa. La possibilità di Roxelana di dare alla luce un erede, le ha dato il supporto necessario nella corte. Nel 1521 infatti, Roxelana da alla luce un primo bambino di nome Mehmet. L'anno successivo nasce Mihrimah, l'unica figlia di Solimano sopravvissuta, poco dopo nasce Abdallah, vissuto solo per tre anni. Nel 1524 nasce Selim e un anno dopo Bayezid. L'ultimo figlio che Hürrem dette alla luce è Cihangir, nel 1531. Nel 1534 muore Hafsa Sultan Khatun, la madre di Solimano che aveva provveduto a tenere sotto controllo il conflitto tra Roxelana e Mahidevran. Nel marzo 1536 Ibrahim Pascià, dignitario ottomano, il primo Gran Visir nominato da Solimano, venne ucciso e le sue proprietà confiscate. Secondo alcune fonti, Ibrahim fu vittima di Roxelana: pare che Roxelana mal tollerasse l'influenza crescente di Ibrahim sul sovrano ed in particolare il suo appoggio per la successione al trono di Sehzade Mustafa, figlio di Solimano. Tutti questi eventi, compreso l'esilio di Mahidravran e Mustafa, apirirono a Roxelana le porte per l'ascesa al potere. Roxelana è stata in grado di ottenere ciò che nessuna concubina prima di lei aveva ottenuto. È diventata la moglie di Solimano e anche se non esistevano leggi, al tempo, che proibissero i matrimoni tra i sultani e le concubine, tutta la corte ottomana era contraria al matrimonio; Solimano non aveva rispettato le tradizioni. Probabilmente il matrimonio ha avuto luogo a giugno del 1534, anche se la data esatta di questo evento è tutt'oggi sconosciuta. La posizione di Roxelana era unica, come anche il titolo di Haseki, moglie del Sultano che fece di Solimano il primo imperatore a essersi sposato dopo Orhan I. Solimano trascorreva la maggior parte del suo tempo nelle campagne militari, di conseguenza aveva bisogno di qualcuno di affidabile che gli fornisse le informazioni sulla situazione a palazzo: scelse Roxelana. Si sono conservate le lettere scritte da Solimano a Roxelana; da queste lettere emerge il grande sentimento d'amore che provava il sultano per Roxelana e la mancanza che sentiva di lei, il suo principale consigliere politico e la sua grande Haseki. Roxelanamorì il 18 aprile 1558 a Costantinopoli. Negli ultimi anni della sua vita era molto cagionevole di salute. Si dice che il Sultano ordinò di bruciare tutti gli strumenti musicali del palazzo per non disturbare la quiete di Hurrem durante la malattia; non si allontanò dal letto di Roxelana fino all'ultimo giorno, quando ella morì. Possiamo dire con certezza che Solimano nutriva un grande amore per lei, basti leggere le dediche d’addio scritte dal Sultano.

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