mercoledì 18 febbraio 2015

DYLAN DOG RELAUNCH: UN CANE ACCAREZZATO E' PIU' DOCILE DI UN CANE SCHIAFFEGGIATO!

Nei primi tempi del rilancio le interviste degli autori di Dylan Dog avevano toni trionfalistici, facendo prefigurare chissà quali mete e picchi di qualità sarebbero stati raggiunti dalle nuove storie. Si pensava che le vendite, che da un paio d'anni erano letteralmente crollate, sarebbero risalite, che i lettori avrebbero di nuovo fatto la fila alle edicole per comprare il fumetto e che le copie sarebbero andate esaurite in poche ore. Sogni infranti da una realtà che è sempre stata tale, presente negli articoli non solo nostri, ma di una buona fetta di critica di settore. Una critica canalizzata sui forum e i gruppi di discussione di Facebook, nonostante il pesante intervento dei cani da guardia, cioè di quegli utenti che intervenivano al solo fine di insultare, provocare e aggredire i cosiddetti critici, offesi a più non posso con il placet degli amministratori di queste community. Si rifletteva la politica della casa editrice di attuare un rilancio provocatorio, aggressivo, diretto a snidare il lettore e costringerlo a comprare il fumetto, anche se solo per arrabbiarsi e sfogare la sua furia su Facebook. Niente di più sbagliato. Nessuna campagna di rilancio di una serie a fumetti può essere basata su questi presupposti senza essere accompagnata dal disastro. Perché, secondo noi e molti altri, disastro è stato. Dati di vendita precisi non si conoscono, salvo le fantasiose affermazioni degli autori sulla rete che appaiono in totale contrasto con gli umori che si respirano nel mercato. I lettori alla fine si sono arrabbiati e questo obiettivo è stato raggiunto. Ma non hanno continuato a comprare in massa il fumetto, quasi del tutto abbandonandolo dopo l'uscita del numero 340. La trovata del nome dell'ispettore Bloch, che si chiamerebbe Sherlock Holmes, ha avuto un duplice effetto: i lettori hanno riso di vero cuore; terminate le risate hanno chiuso ogni rapporto con Dylan Dog o almeno con questo Dylan Dog, che è lontano anni luce dal personaggio ideato da Tiziano Sclavi nel 1986.


C'è una battuta di un vecchio western del 1967 diretto da Tonino Valerii, I giorni dell'ira. La battuta è entrata nella storia del cinema. Un vecchio pistolero insegna al giovane Scott Mary interpretato da Giuliano Gemma i segreti del perfetto tiratore. Nell'insegnarli come si tiene la pistola afferma: Un cane accarezzato è più docile di un cane schiaffeggiato, volendo significare che il cane di una pistola se accarezzato garantisce più precisione nell'esecuzione dello sparo invece di un cane solo schiaffeggiato. La massima di esperienza si può applicare a qualsiasi settore e indica che la dolcezza dà sempre maggiori frutti della cattiveria e dei modi bruschi. La Bonelli, nell'avallare questo folle rilancio, ha, secondo noi, applicato il principio inverso, credendo che un cane schiaffeggiato potesse essere docile quanto un cane accarezzato. Avranno pensato: la gente non compra più Dylan Dog? Si è stancata di storie noiose e ripetitive? Va bene, ora prendiamo la tradizione di Dylan Dog e la facciamo a pezzi. Così si arrabbieranno, torneranno all'ovile, andranno di nuovo in edicola a comprare Dylan Dog e se anche se ne fregassero, potrebbero essere sempre incuriositi dalle novità! Non è difficile concludere nel senso che una tale presa di posizione non può che fornire risultati deludenti. Se il lettore è un cane, certamente non amerà essere schiaffeggiato. Vorrà, al contrario, essere accarezzato con storie di qualità, magnificamente disegnate e contenuti di livello con l'impegno di autori di primaria grandezza, lontani dai deliri espressi dai messaggi comunisti che hanno assediato Dylan Dog dopo l'uscita del numero 337. La qualità costa, però. E in un momento in cui gli investimenti vanno centellinati, forse è più saggio puntare su minore qualità caratterizzata da un maggiore tasso di provocazione. Oggi possiamo dire che la provocazione non ha pagato. Niente da fare. Il lettore italiano è per definizione tradizionalista. Non c'è niente da fare al riguardo.

Smuoverlo dalle consuete abitudini può avere effetti assai disastrosi sulle vendite di una testata. Tanto vale tirare fuori un personaggio completamente nuovo, ma mai annichilire la tradizione di un personaggio pluridecennale come Dylan Dog. Quasi subito, i lettori critici si sono scatenati sulla rete, moltiplicandosi ad ogni nuova uscita. La trama semplice e piena di citazioni del numero 337? Critiche e critiche. Il pensionamento dell'ispettore Bloch nel numero 338? Critiche e critiche. L'apologia comunista del numero 339? Critiche e critiche. La trovata bislacca del nome dell'ispettore Bloch nel numero 340? Critiche e critiche. Nel numero 341 esce un nuovo nemico? Critiche e critiche, ma indifferenza. Forse gli autori pensavano ingenuamente che con l'introduzione di John Ghost tutti si sarebbero inchinati. Non è stato così e forse doveva già presumere il peggio quando, prima dell'uscita di questo numero, fecero circolare delle pseudo-recensioni positive, che alcuni hanno giudicato piene di spoiler. Chi ha abbandonato Dylan Dog prima del numero 337 lo ha di nuovo mollato dopo l'uscita del numero 340. Ormai è diffusa nell'opinione dei lettori che Dylan Dog ha smarrito del tutto le caratteristiche di un tempo e non c'è più motivo di acquistare il fumetto. Dylan Dog è finito. Il rilancio ha assestato il colpo finale, quello del crollo. Prima era sull'orlo del precipizio. Ora è finito in fondo al burrone e nessuno è intenzionato a scendere giù per recuperarlo. Sta bene dove sta. In definitiva, gli autori hanno ottenuto l'effetto contrario: hanno accelerato la distruzione e il declino della testata, ormai avviatasi nel capitolo conclusivo della sua storia editoriale. E ora cominciano a piovere le prime ammissioni del flop. Ai toni trionfalistici delle prime interviste ora seguono dichiarazioni di resa, di impossibilità di imposizione di un progetto che non è mai stato in grado di affascinare i lettori. E i risultati vengono constatati ora in maniera evidente.

Se si parte dal presupposto che i lettori si possono affascinare chiamando Bloch Sherlock Holmes, bisognerebbe interrogarsi sul significato del concetto dell'affascinare. Siamo consapevoli che una scelta di questo tipo sia stata dettata dalla necessità di attirare l'attenzione. Ma perché non farlo con una storia dai contenuti interessanti? Forse perché in ambito editoriale si è consapevoli che la gente non legge più o non ama leggere come prima. Quindi, una storia interessante non basta più per spingerli ad acquistare il fumetto? Se è questa la conclusione, la cultura ha perso e l'editore viene sollevato dall'ingrato compito di offrire contenuti culturali. Dylan Dog è un fumetto per ragazzi, non ha contenuti culturali evidenti, è una lettura di evasione, che parli di mondi fantasiosi, superstizioni, leggende, spiritismo e altre manifestazioni in contrasto con il Cristianesimo, ma se si intende mettere tutto questo in un fumetto per attirare la fantasia della gente, bisogna farlo in modo adeguato. Non come fatto finora, secondo noi. Attaccare, provocare, far arrabbiare il lettore, che reagisce con indifferenza. A nessuno piace essere attaccato e provocato. Meno che mai al lettore che spende i suoi soldi. Farlo su internet equivale a scavarsi un luogo poco simpatico. In questi giorni si è appreso che uno degli autori di Dylan Dog è stato sospeso da Facebook per avere rivolto espressioni poco simpatiche verso gli omosessuali e persone di colore. Un esempio pratico di quello che non si dovrebbe mai fare. Quanti lettori avrà perso la testata dopo una uscita del genere? Noi riteniamo molti. Il 13 febbraio 2015 è uscita una intervista di uno degli autori della testata, in cui ci sono interessanti dichiarazioni. La prima domanda riguarda una possibile storia di Dylan Dog incentrata sul terrorismo islamico. E già dalla risposta si capisce quale sarà il senso: Se da un lato la paura è un'arma bellica e politica, dall'altro genera anche un indotto economico.

Per la parte che è in lotta contro il terrore. E' un rapporto osmotico tra lotta al terrore e terrore stesso. Non è difficile leggere il senso della risposta. Si condanna il terrore, ok. Ma si condanna anche l'indotto che il terrore genera. Evidente la frecciatina ai poteri occidentali che fomentano il terrorismo, come se si volesse ritenere che il terrorismo è la conseguenza egli errori dell'occidente. Una lettura di sinistra della storia non dissimile da tante altre che hanno avuto l'effetto di stufare il lettore. Poi si cerca di dare una giustificazione del rilancio parlando di Esigenze artistiche ed economiche che sono alla base dei cambiamenti in corso per Dylan Dog. Le esigenze economiche sono piuttosto evidenti: tra il 2012 e il 2014 la testata ha perso un terzo dei suoi lettori, passando da 150.000 a 100.000 copie vendute. E siccome Dylan Dog insieme a Tex regge in piedi la Bonelli, era inevitabile partire in quarta con un rilancio massiccio. Ma le esigenze artistiche? Non ne vediamo. Poi si afferma un dato molto discutibile: Sclavi ha sentito l'esigenza di dargli nuova vita e rilanciarlo. Una affermazione che contrasta con la precedente. Se il rilancio è stato determinato anche da esigenze economiche, cosa c'entra il creatore del personaggio? Non è certo Sclavi che decide se, come e quando rilanciare Dylan Dog. Decisioni come queste vengono prese solo dalla casa editrice quando si accorge che le vendite hanno iniziato a calare. Il discorso si sposta sulle produzioni della Bonelli, decisa a riprendere in mano la gestione delle licenze presso altri media. Finora le cose non sono andate bene. Il partenariato con Rai4 per il motion-comic di Orfani non ha dato i frutti sperati. Il Moige ha giudicato lo show fortemente diseducativo. Si accenna ad un film su Dylan Dog, ma se ne parla da anni e finora le due pellicole hanno destato molte critiche da parte dei fan, soprattutto quella del 1994. Quello che non si riesce a spiegare è perché si ritiene Dylan negli anni novanta.

Vengono difese le scelte recenti che hanno destato tante perplessità, tra cui il pensionamento di Bloch e l'introduzione del nuovo ispettore Carpenter, che sembra preso da un action movie americano di serie B. La scelta di affiancare a Carpenter, che è nero, una assistente musulmana deriva dalla loro convinzione che Londra sia un crogiolo di razze. In realtà, è difficile trovare ufficiali della polizia inglese di origine musulmana, soprattutto in questo periodo. I modi di Carpenter non sono quelli tipici degli inglesi. Sembra più americano e i lettori lo hanno notato. Si afferma che il nuovo cattivo John Ghost rappresenta una immagine depravata dei grandi industriali del tempo e anche in questo caso si legge una critica forte al capitalismo. Poi arriva una dichiarazione che potrebbe essere interpretata come conferma della presa d'atto del flop del rilancio: con questo pubblico è difficile vincere la sfida del rilancio perché è una lotta contro la nostalgia. Si parla di una difficoltà a vincere una sfida, quella del rilancio, che può essere interpretata sia come sfida non ancora vinta, sia come consapevolezza di non poterla vincere e dunque di avere fallito. Che il pubblico di Dylan Dog fosse tradizionalista è cosa risaputa, così come il pubblico che segue Tex o Zagor oppure anche di Diabolik, anche se qui parliamo di un personaggio di un'altra casa editrice. A cosa è servito allora un rilancio basato su una strategia così apertamente provocatoria? Tra pochi giorni comparirà sul nostro sito la recensione di Dylan Dog n. 341. Come abbiamo precisato più volte, abbiamo deciso così per evitare che l'articolo possa scatenare la corsa all'acquisto e per parlarne in modo più agevole in un momento in cui il clamore su di esso si è spento. Con l'uscita del numero 341 si è chiusa la fase mediatica del rilancio. Tutte le carte sono state giocate e da oggi Dylan Dog dovrà camminare con le sue gambe. Dall'America, intanto, sono in arrivo novità sconvolgenti! Sven Blomqvist.

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