domenica 8 marzo 2015

LA FIGURA DELL'EDITOR: UNA VITA DA PRECARIO! TRA DIFFICOLTA' E SOGNI DI MANTENERSI SOLO COI FUMETTI!

Quello italiano è un piccolo mercato governato da logiche antidiluviane che risalgono alle politiche editoriali della Corno di oltre quarant'anni fa. Un sistema così arretrato che ancora oggi i supervisori delle serie di comics vengano pagati a cartella, cioè per articoli che scrivono a corredo delle serie. Articoli sempre più scarni. Sempre se vengono pagati davvero, perché si dice pure che non vengono pagati per niente o non in modo stabile o in alcuni casi vengono saldati in fumetti gratis! In sostanza, l'editor, secondo un termine americano non coincidente con le mansioni svolte dai supervisori delle collane Usa, è un precario. Non è legato alla casa editrice da un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Non svolge questa attività professionalmente. Sovente è un disoccupato che si arrangia con lavori saltuari o svolge altri lavori. Gli editori si giustificano sostenendo che queste persone collaborano con loro. Ma cosa significa collaborare con una casa editrice? Per gli editori di comics significa che chi vuole fare l'editor deve sottostare a condizioni che fanno venire voglia di fare altri lavori al più presto possibile. Se si riesce a entrare stabilmente nel mondo editoriale, cioè con un contratto a tempo indeterminato, ok. Ma sono eccezioni. Negli ultimi 25 anni sono pochi quelli che si sono affermati in questo settore. La maggior parte, per quanto appaia incredibile, è ancora precaria! A questo va aggiunto il fatto che il mercato oggi è in recessione. Contrariamente a quello che vanno spesso farneticando nei loro comunicati ufficiali, nei quali non citano dati precisi, la situazione generale del mercato è caratterizzata da una congiuntura negativa. Il mercato si riduce sempre più, i lettori diminuiscono, mentre aumentano gli editori, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di amatori che reimpiegano in questa folle attività i loro risparmi, fallendo puntualmente.
 

La difficile situazione economica spinge gli editori a pretendere sempre meno dagli editor, i quali, a loro volta, viste le misere paghette, non si sforzano di dare di più. 25-30 anni erano semplici studenti, a cui la paghetta passata dall'editore medio-piccolo garantiva la possibilità di leggere gratis tanti fumetti e riviste specializzate. I più fortunati, grazie alla conoscenza dell'inglese, riuscivano a fare qualcosa in più. Il negozio di Alessandro Distribuzioni a Bologna, che dopo il fallimento della Corno, si assicurò una buona parte delle scorte di magazzino dell'editore milanese, offriva tante opportunità di lavoro a giovani universitari di poche speranze. Alcuni di essi, pochi per la verità, oggi sono collocati in case editrici, altri, più sfortunati, continuano a fare ciò che facevano allora: l'editor precario. Per scrivere articoli di critica ricorrevano a diversi stratagemmi. Prendevano qualche rivista americana e ne copiavano gli articoli, modificandone il senso, piegandolo a significati di sinistra. Cosa avreste potuto pretendere da un giovanotto di 19-20 anni, che traduceva i comics con il dizionario di lingua inglese vicino e utilizzava macchine da scrivere Olivetti? A quella età che esperienza di lettore poteva avere da permettersi di scrivere articoli di critica? Copiare dalle riviste Usa era una necessità evidente. Gli editori del tempo erano costretti a fare così. Avrebbero potuto ingaggiare penne più esperte, giornalisti di provata capacità, ma sarebbero costati troppo per le magre entrate che poteva offrire la vendita un comune comics americano tradotto alla meno peggio. Utilizzare questi giovincelli che bazzicavano i negozi di fumetti di Bologna era più semplice. Non era nemmeno necessario che sapessero scrivere bene. Eventuali orrori ortografici e di forma sarebbero stati eliminati dal correttore di bozze, che al contrario dell'editor, era un dipendente stabile della casa editrice.
 
E così si è andati avanti dopo il fallimento della Editoriale Corno, che al contrario possedeva una redazione di professionisti a tempo indeterminato. Allora, però, i comics americani vendevano molto di più di oggi in questo Paese. Il quindicinale dell'Uomo Ragno viaggiava intorno alle 300.000 copie verso il 1975-76 e consentiva alla carretta milanese di andare avanti. Per quanto sembri incredibile, allora vendeva più di Tex, che non superava le 200.000 copie. Sulla sponda opposta c'erano la Williams Intereuropa e la Cenisio, che pubblicavano le serie della DC, sebbene con minore successo. Il periodo d'oro di Superman e soci si era spento con la fine dell'avventura Mondadori nel 1970. E così dalla metà del 1985 con la Labor prima e la Star poi si ricominciò a proporre fumetti Marvel sul territorio italiano. I grandi exploit del decennio precedente non sarebbero mai tornati. Si doveva fare di necessità virtù. Avvalersi di questi giovincelli alle condizioni descritte era una necessità. In alcuni casi, capitava che negli editoriali degli albi del tempo si favoleggiasse di viaggi negli Usa corredati da corposi dossier, interviste e fotografie con sceneggiatori e disegnatori Usa! Erano veri quei viaggi in America? Non abbiamo elementi per accertarlo, salvo la buona fede delle penne che li firmavano. Ma occorre considerare che un viaggio a New York, allora come oggi, è costoso. Siccome si parla di giovinetti di 20-22 anni, che forse avevano una conoscenza dell'inglese minimale, bisognava investire parecchio. Delle due l'una: o l'editore si sobbarcava tutte le spese, comprensive di viaggio, vitto e alloggio o in parte queste dovevano essere sostenute dall'editor precario di turno. Era anche possibile che la Marvel Usa si accollasse parte delle spese, ma non è detto. Più realistico pensare che quei viaggi non siano mai avvenuti, che le interviste avvenissero via fax e che le foto fossero spedite.
 
Allora il movimento fumettistico in Italia era praticamente fermo. La fiera dei fumetti di Lucca non venne organizzata tra il 1985 e il 1990. Ma c'erano diversi negozi e librerie che vendevano fumetti usati grazie alla nostalgia di chi fino ad una decina di anni prima leggeva dell'Uomo Ragno, Thor, Fantastici Quattro, ecc. C'erano i leggendari pacchi a sorpresa, che contenevano autentiche rarità. Avanzi di magazzino della Corno di grande valore. Non esistevano le ristampe e quei numeri valevano parecchio. I giovinetti che fecero ripartire il sistema erano stati lettori delle serie Corno. Nell'angolo della posta degli albi si ritrovano tante loro lettere. Non si firmavano con pseudonimi, ma coi loro nomi. Chissà poi perché Luciano Secchi, che dopo il fallimento della Corno nel marzo 1984 fondò la Max Bunker Press, non decise di prendere in mano le redini dell'Uomo Ragno! Continuò a proporre le serie di Alan Ford e Eureka, ma non la Marvel, salvo qualche collana di ristampe. La sua esperienza avrebbe evitato i disastri futuri che la gestione dei piccoli editori avrebbe creato. Come si reclutavano i giovani editor? All'epoca non c'era internet, non c'erano i forum e non c'erano i blog. Ma c'erano le fanzine! Si trattava di pubblicazioni artigianali realizzate con pochi spiccioli, fotocopiate alla meno peggio in qualche tipografia di periferia e distribuite tra amici o nel quartiere, a volte gratis, altre volte a prezzi che andavano dalle 2.000 alle 4.000 lire, più o meno il prezzo che aveva un comune albo di fumetti. Oggi costerebbero tra i 3,00 e i 5,00 euro. Gli editori pescavano in quel bacino, ma non li mettevano sotto contratto. L'offerta era, più o meno, questa: sei bravino a scrivere di giornaletti. Che ne dici di scrivere qualcosetta per noi? Ti pagheremo qualcosa ogni tanto, poco non molto, ma in compenso la tua firma sarà sugli albi. Il signore del negozio mi ha parlato molto bene di te!
 
Non disponiamo di dati precisi per sapere quanto e se dessero davvero qualcosa a questi ragazzi in termini di denaro vero. Forse una centomila lire ogni tanto a chi scriveva articoli. Ma ne doveva scrivere parecchi e il pagamento era subordinato alla futura pubblicazione. Al vertice di questi articolisti, ex-fanzinari, c'era chi si occupava della gestione e della composizione del sommario delle testate. Il suo ruolo era più delicato. Doveva scegliere quale serie abbinare e convincere l'editore a investire in testate che se andavano male rischiavano di farlo fallire. Non era sempre facile e per sicurezza il prezzo veniva elevato per porsi al sicuro dai rischi. Il coordinatore editoriale, chiamiamolo così, aveva la stessa provenienza di questi giovinetti sinistrorsi, ma sovente era una persona che mangiava fumetti dalla mattina alla sera. Non capiva di altro, si occupava di quello. La sua competenza era preziosa e l'editore lo metteva sotto contratto, prima a tempo determinato e poi stabilmente. Il compenso non era alto. Parliamo di piccole realtà editoriali, che nella migliore delle ipotesi vendevano sulle 15.000-20.000 copie. Vendite che oggi sarebbero considerate miracolose, ma allora erano magre. I lettori si lamentavano. I prezzi sono troppo alti! La nostra paghetta settimanale non ci permette di leggere tutto. Quando usciva uno speciale di 8.000 lire erano polemiche e la redazione veniva subissata di proteste. Ci state spennando! Basta! Un fumetto costava in media 2.500 lire. Era stampato su carta riciclata scura e la copertina era di cartone rigido. La Star Comics, però, vantava una qualità superiore agli altri licenziatari della Marvel. Play Press e Comic Art un po' meno. Poi c'era la Bonelli, che grazie a nuove serie quali Dylan Dog nel 1986 e Nathan Never nel 1991, si stava imponendo al pubblico dei giovani. I lettori italiani avevano anche scoperto il fumetto franco-belga.
 
La vita dell'editor continuava ad essere dura. Il mondo del fumetto cresceva. Non sarebbe mai più tornato ai livelli del quindicennio precedente, ma cresceva. Tra il 1988 e il 1990 vi fu un piccolo boom, che permise ai licenziatari italiani di allargare la propria offerta fumettistica. La Play Press cominciò a proporre serie della DC Comics, mettendosi in concorrenza con la Rizzoli. La Star Comics lanciò i quindicinali dei Fantastici Quattro e di Capitan America. Si trattava di antologici sul modello di quelli della Corno. All'interno c'erano Devil, Hulk, i Vendicatori, ecc. Thor era della Play in un mensile brossurato. L'editore romano aveva anche i diritti di Iron Man, alcune serie mutanti, Silver Surfer, Nick Fury, ecc. Comic Art aveva tutto il resto. L'Uomo Ragno appariva su un mensile, poi divenuto quindicinale, della Star Comics. Il mercato stava cambiando. I manga stavano invadendo la penisola. Cominciò per prima la Granata Press di Bologna a proporli. L'Emilia rossa, comunista nelle radici, era una sorta di culla per gli editori, che vedevano nel medium fumetto un veicolo di lancio di messaggi del bolscevismo. Anche il mondo era cambiato. La guerra fredda era finita. Il muro di Berlino era caduto nel 1989 e in Italia, grazie alle inchieste manovrate che consentirono di spazzare via la DC, i comunisti volevano prendere il potere. Cambiarono nome al partito, che non si chiamava più PCI, ma la discesa in campo di Berlusconi nel 1993 glielo impedì salvando il regime democratico come era avvenuto nel 1948 grazie all'appoggio Usa. Arrivarono manga di personaggi di grande successo grazie ai cartoni che le reti private e Mediaset negli anni ottanta avevano trasmesso. Le testate con Ken il Guerriero, Lamù, Capitan Harlock, Devilman e i classici robotici di Go Nagai ebbero un grande successo. Ma la Granata crollò nel 1996. Si era allargata troppo e andò in fallimento.
 
Redattori della fallita Granata si trasferirono in massa alla Star Comics di Bosco, che dal 1992 con Kappa Magazine aveva aperto ai fumetti nipponici. Il sistema di organizzazione era sempre lo stesso. Un coordinatore contrattualizzato stabilmente dall'editore e gli editor con accordi di collaborazione, a volte pagati a volte forse no. La pubblicazione di fumetti stranieri richiede, oltre all'editor e a un coordinatore, la figura del traduttore. Trovare persone che conoscono la lingua di Sua Maestà Britannica è facile. Allora come oggi. Ma trovare persone che alla fine degli anni ottanta conoscevano il giapponese era impresa ardua. C'erano e costavano un bel po'. Oltre alla lingua, dovevano conoscere il mondo dei fumetti orientali, diverso da quello europeo, restringendo di più il campo di ricerca. Ma si trovavano. Non sappiamo se venissero pagati e quanto. Ma il trattamento doveva essere migliore rispetto agli editor e ai traduttori della lingua inglese. A differenza dei fumetti Usa, in piena recessione, il fumetto orientale era in ascesa e gli editori erano lieti di investire in un settore nuovo e fiorente. I manga evitarono il fallimento di tanti editori, che altrimenti avrebbero chiuso i battenti in seguito al calo di interesse per i fumetti americani. La Star Comics, ad esempio, fu grazie ai manga che riuscì a superare il momento difficile seguito alla perdita dei diritti Marvel nel 1994. La Play durò ancora qualche altro anno grazie alla DC per poi cambiare tipo di pubblicazioni. La Comic Art chiuse i battenti nel 2000. Il boom dei manga doveva durare ancora un po', ma già nel 2002 iniziò la recessione. Panini e Star Comics furono le uniche case che ancora pubblicavano manga nelle edicole con buona qualità di proposte varie.
 
Gli altri furono costretti a ritirarsi nelle fumetterie a tirature bassissime e prezzi alti. Il nuovo millennio segnò l'inizio di una crisi del settore che dura tuttora e aggravata dalle scelte antidiluviane. Il lavoro dell'editor diventa più complicato. Deve curare più di una testata e le richieste di un miglioramento economico al coordinatore prima e all'editore dopo cominciano ad abbondare. Devo gestire quattro collane, all'interno delle quali sono presentate 3-4 serie americane. Devo supervisionare la traduzione perché mi avete affidato un traduttore che non conosce la grammatica. Mica penserete che con la paghetta saltuaria che mi date posso tirare avanti? Gli editori fanno orecchie da mercante. Senti, bello! Qui le cose vanno come vanno. La gente non compra più i fumetti e vendiamo poco. Cosa pretendi? Se non ti va bene così, cercati un lavoro vero che di braccia buone per l'agricoltura c'è sempre bisogno. Ho capito, ma io più di così non faccio. Se ogni tanto capiteranno errori di traduzione sono cavoli vostri. Ve la vedrete con i lettori! E così dai primi anni del 2000 il livello degli articoli interni cominciò a calare, le traduzioni diventavano sempre più raffazzonate così come la cura grafica. Le vendite cominciarono a diminuire esponenzialmente. Il calo interessò tutto il settore, dai fumetti americani, a quelli giapponesi a quelli italiani. Il calo dura ancora oggi. Le fumetterie iniziarono a chiudere una dopo l'altra. Ma gli editori aumentarono, pur non avendo la forza di pubblicare in edicola. Grazie alla rete delle fumetterie sopravvissute venne ideato un sistema di distribuzione che permetteva a tanti di microeditori di proporre fumetti di ogni tipo. Le vendite erano basse, nell'ordine delle 500 copie quando andava bene, ma almeno un po' di entusiasmo era rimasto. Era, però, cambiato il modo di reclutare editor e traduttori disposti a lavorare quasi gratis o anche peggio.
 
Nel 1990 il mondo doveva essere sconvolto dalla rivoluzione della rete. L'origine di Internet risale agli anni sessanta su iniziativa degli Stati Uniti, che misero a punto durante la guerra fredda un nuovo sistema di difesa e di controspionaggio. Il progenitore e precursore della rete è il progetto ARPANET, finanziato dalla Darpa, l'agenzia americana incaricata dei progetti avanzati di ricerca per la Difesa. Roba militare segretissima, insomma. Nel 1991 presso il CERN di Ginevra il ricercatore Tim Berners-Lee definì il protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol), che permette una lettura ipertestuale dei documenti, saltando da un punto all'altro mediante l'utilizzo di rimandi (link o, più propriamente, hyperlink). Il primo browser con caratteristiche simili a quelle attuali, il Mosaic, venne realizzato nel 1993. Esso rivoluzionò profondamente il modo di effettuare le ricerche e di comunicare in rete. Nacque il World Wide Web e tutti, editori e cittadini avevano la possibilità di accedervi. Gli editori non persero tempo e si dotarono di siti internet ufficiali, a cui i lettori potevano collegarsi per avere tutte le informazioni. Nacquero le community virtuali, i famosi forum, dove tanti lettori potevano scambiarsi messaggi. Un bacino di utenza che gli editori pensarono bene di controllare fin da subito, assumendo in qualità di editor e traduttori quelli che erano moderatori e admin di queste piattaforme. Alla base l'idea di trasformare i forum in potenziali mercati in cui diffondere i loro prodotti. L'idea era buona, ma venne attuata in modo catastrofico. Siccome erano tutti di sinistra, credettero di poter utilizzare i forum come veicoli di messaggi socialisti. Chi non condivideva quelle pazze idee, veniva escluso dalle discussioni. Un disastro. In Italia sono 3 cittadini su 10 sono di sinistra. Con mossa autolesionista, gli editori fecero scappare dei potenziali lettori!
 
I forum potevano essere uno strumento per allargare il mercato, ma la follia socialista si impadronì della ragione e gli editori conobbero un nuovo periodo di crisi. Internet non li aveva aiutati o per meglio dire avevano utilizzato internet in modo diametralmente opposto allo scopo della nascita della rete. Non mezzo di confronto delle idee, ma strumento di lotta contro idee non comuniste. Nel 2004 arrivarono i social network! Facebook divenne il principale portale a cui tutti si collegavano per scambiare idee, parole, foto, ecc. Gli editori si aprivano la loro pagina e sorsero i gruppi di discussione, l'equivalente dei forum. Gli editori avevano imparato la lezione? Macchè! Ancora una volta pensarono di utilizzare i social come mezzo di veicolo delle loro idee socialiste, dichiarando guerra ai lettori non comunisti, che erano e sono la maggioranza. I social dovevano essere uno strumento di promozione commerciale di prodotti. Ma anziché mostrarsi disposti al dialogo con i lettori, assunsero un autolesionistico atteggiamento di arroganza. Un altro disastro. Per ripicca i lettori cominciarono a non acquistare più i fumetti. Avevano conosciuto, grazie alla rete, il vero volto di tante persone che, prima, si firmavano in articoli editoriali e che adesso non accettavano idee diverse dalle loro. Oggi, l'editor continua a essere un precario con zero speranze di inserirsi stabilmente nel comparto editoriale. Redazioni o pseudo-tali sono state organizzate, assumendo gli elementi più facinorosi dei forum, quelli più aggressivi e arroganti. Nella loro cecità, hanno utilizzato la rete in modo opposto alle sue caratteristiche. E oggi pagano gli errori di gestione di un settore che non hanno mai compreso. Il futuro è quanto mai difficile. Poche le speranze di vedere coronato il sogno di mantenersi coi fumetti, tanto che oggi è difficile trovare chi è disposto a curare gratis una pagina. Gabriel Piazza.

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