giovedì 25 maggio 2017

MEGA-INTERVISTA CON ALESSANDRO BOTTERO! QUINTA PUNTATA! LA KING! RECCHIONI! FOSCHINI! CICCARELLI!

Scusate il ritardo tra l’ultima parte e questa nuova puntata. Vi avevo lasciati parlando della fine del rapporto tra Play Press e la DC Comics, fine se vogliamo abbastanza ingloriosa. È necessario però tornare indietro a prima del 2000 per riprendere le fila del mio percorso. L’ultima volta chiudevo così.
 
Comix Archive: Di cosa ti sei occupato tra il 1999 e il 2006?
 
Molte cose, tutte interessanti, e tutte, in un modo o nell’altro deliranti. Ma ne parliamo la prossima volta. Ed è da qui che riprendiamo. Una volta cacciato dalla Play Press mi ritrovai senza lavoro e con la necessità di trovare un modo di mettere assieme il pranzo con la cena. Avevo un grosso problema. Per anni ero stato il volto della Play Press. È vero che non ero io l’editore, ma in pratica agli occhi del pubblico e anche degli altri colleghi in un certo senso Bottero era assimilato alla Play Press, più di altri. Volendo essere corretto diciamo anche il duo Bottero & Materia, visto che Andrea Materia era uno dei volti della Play alle mostre mercato. Però non credo di inventare nulla o peccare di falsa modestia se dico che ero associato a quella casa editrice. A questo punto uno potrebbe dire “Beh, che problemi avresti potuto avere? Chiamavi le altre case editrici e ti proponevi come collaboratore”. Facile a dirsi, ma il mondo del fumetto non sempre segue la logica più lineare. Spesso le varie dinamiche sono regolate da antipatie o simpatie personali. Devo anche dire che io ho sempre visto le case editrici - almeno quelle di fumetti e in QUEL preciso momento storico – come realtà compatte. Bottero ha ragione. Anche oggi è così. Non conta la bravura, ma solo il conoscere le persone giuste. Se hai le conoscenze giuste, lavori (più o meno) per qualche editore come addetto o come autore. Questo spiega perché il mondo del fumetto italiano, dove non vige il regime meritocratico, è in crisi. Fai lavorare gli amici degli amici e allora non ti incazzare se i tuoi fumetti non vendono un cazzo [NDR].
 
 
In effetti se ci pensate quasi mai ci sono stati passaggi di collaboratori o editor da una casa editrice all’altra. È come se ci fossero delle tribù chiuse e compatte. Se lavori per X non puoi lavorare per Y. Sicuramente sbaglio, ma la sensazione è sempre stata questa. Oltretutto in un mondo dove la torta è piccola e le fette sono già assegnate, se arriva uno da fuori per dare una fetta a lui la si deve togliere a un altro. E questo non mi è mai piaciuto. Feci dei tentativi discreti per sondare la Panini Comics ma caddero nel vuoto. A questo punto dovevo cavarmela da solo. Pochi mesi prima che la Play mi cacciasse era nata l’esperienza della King Comics, devo dire in modo casuale. Una persona che ora non ricordo mi disse che alcune persone avevano fondato una cosa editrice nuova, la King Comics e cercavano qualcuno che potesse lavorare con loro. Si trattava di due soci, Gianluca Bellomo e Luca Zampaglione. Li incontrai a pranzo e mi esposero il progetto. Il loro intento era dare vita a una casa editrice che realizzasse sia materiale originale, sia trovasse licenze all’estero. Come direttore artistico della King Comics ci doveva essere Claudio Castellini, che avrebbe dovuto realizzare le copertine delle serie. La proposta mi interessò. Ci fu anche una specie di presentazione ufficiale della King Comics, con Castellini presente, che disse cose abbastanza strane. In pratica (vado a memoria) disse che lui come Direttore Artistico sarebbe stato disponibile al telefono in orari particolari per comunicare con i disegnatori della King Comics, per valutare le tavole disegnate e dare...
 
...le indicazioni per le correzioni. Il tutto per un onorario fisso mensile che, siamo in un epoca pre-euro, si aggirava su cifre a molti zeri. All’incontro, svoltosi nel salone di un albergo romano, erano presenti aspiranti disegnatori, e altri del mondo del fumetto romano. Era presente anche il giornalista Antonio Vergaro-Maggiora, che in caso potrà confermare quanto dico. Poco tempo dopo però Castellini ruppe con la King Comics per motivi economici. Non entro nei dettagli, ma la questione fu molto sgradevole e creò seri problemi alla casa editrice. La King Comics si ritrovava con un progetto a fumetti avviato, una serie mensile che doveva chiamarsi MORRISON, senza direttore artistico, senza sceneggiatori, e senza disegnatori perché la rottura con Castellini aveva creato sconcerto in tutti i disegnatori che erano stati attirati verso una casa editrice sconosciuta dal nome di Castellini. A questo punto dissi a Bellomo e Zampaglione che il Morrison potevo scriverlo io. Avevo già avuto delle esperienze come sceneggiatore su Tiramolla, Arthur King e Topolino e mi sentivo in grado di farcela. Nel giro di due settimane scrissi il numero zero e i primi due numeri della serie. Morrison era una collana già definita come genere prima del mio arrivo: doveva essere un techno- fantasy. Mi resi conto però che al di là dell’intuizione del genere, nessuno nella King sapeva cosa fosse un Techno-Fantasy. Ed in effetti, nel 1998-99 questo genere narrativo era ancora agli inizi. Oggi è abbastanza comune e lo troviamo definito anche come Urban Fantasy, o Steam-Fantasy, e vede un uso..
 
..di personaggi fantasy (elfi, orchi, maghi) all’interno di un contesto non più soltanto a tecnologia medioevale, ma mista. Se penso a un fumetto tecno-fantasy l’immagine che mi viene in mente è quella di un cavaliere vestito di tutto punto come nel medioevo, che però ascolta la musica con un walkman. Ossia una commistione tra tecnologia medioevale-moderna, all’interno di un contesto di personaggi fantasy. Se la Morrison fosse proseguita avrebbe potuto essere un fumetto innovatore. Nelle idee della King Comics Morrison avrebbe dovuto avere un altro punto di forza. Sarebbe dovuto essere il primo fumetto venduto con allegato un CD con la colonna sonora dell’episodio a fumetti. L’autore delle musiche originali per Morrison doveva essere John Sposito, musicista di New age all’epoca abbastanza famoso, amico dei soci della King Comics, che aveva accettato di tentare questo esperimento. Il numero zero di Morrison fu realizzato con allegato un CD. Solo che per un errore di inesperienza, presumo, fumetto e CD erano incellofanati senza una base di cartone che mantenesse dritto il fumetto. Quindi il CD piegava in modo devastante il fumetto, rovinandolo in modo irrecuperabile. La King Comics fu un’esperienza strana. Esaltante per alcuni aspetti e terrificante per altri. Quando entrai erano già successe cose che in pratica l’avevano azzoppata. Morrison doveva essere un prodotto da edicola. La tiratura prevista era di 30.000 copie, ognuna con un CD allegato. Purtroppo se puoi scrivere una storia di 32 pagine in qualche giorno, realizzare i disegni di 32 pagine...
 
...in poco più di tre settimane fa sì che il prodotto sia non del tutto all’altezza. Lucio Parrillo, all’epoca esordiente, accettò la sfida di realizzare Morrison zero in tempo per l’uscita. Quando però il distributore lo vide disse – questo è quello che mi hanno sempre detto in King Comics – che era troppo brutto e non lo voleva più distribuire. La King Comics si ritrovò quindi con 30.000 albi a fumetti e 30.000 CD da dover pagare, e senza una distribuzione in edicola. La cosa creò un debito iniziale da cui non ci si riprese mai più. Ogni singolo incasso di tutte le produzioni successive furono ingoiati dal buco nero provocato da Morrison Zero. A quel punto la King decise di dedicarsi solo a prodotti da fumetteria. Mi misi in moto e grazie ai contatti che avevo creato negli anni con la Play Press riuscii a fare due cose: prendere i diritti di Usagi Yojimbo dalla Dark Horse in Usa e ideare una rivista antologica a fumetti chiamata Bad Karma, che coinvolgeva gli autori italiani che conoscevo e di cui ero diventato amico alle mostre mercato. Usagi Yojimbo fu un successo e se non ci fossero stati i problemi a cui accennavo sarebbe stato perfetto. Il primo numero di Usagi Yojimbo edizione curata dalla King Comics, 96 pagine brossurato, vendette 1.300 copie come primo ordine nelle fumetterie. Dopo aver ricevuto l’ordine di 1.300 copie King decise di stamparne 3.000 copie. Ero dubbioso ma non mi opposi più di tanto. Oggi, col senno di poi, devo dire che fu un errore. Se ti arrivano 1.300 ordini ne stampi 1.800 a massimo. Tanto gli arretrati non si movimentano più di tanto. Quelle 1.700 copie...
 
...in più in pratica mangiarono parte del ricavo e rimasero quasi tutte invendute. Comunque 1.300 copie per un fumetto sconosciuto, pubblicato da una casa editrice sconosciuta erano un risultato buono. Con Bad Karma fu diverso. Il progetto di Bad Karma era un albo a 32 pagine spillato, a 4.500 lire (siamo nell’era pre-euro) con 4 storie da 8 pagine. Avevo avuto la disponibilità a collaborare da parte di Giuseppe Palumbo, Daniele Brolli, Riccardo Crosa, Walter Venturi, Diego Cajelli, Luca Bertelé, Roberto Recchioni, Davide Fabbri, Stefano Piccoli. Nei due numeri della serie (Bad Karma n. 0 e BAd Karma n. 1) apparvero anche esordienti come Claudio Nardiello, un disegnatore che avevo conosciuto sul forum di Comicus, Andrea Materia e Alessio Nocerino, che poi avrebbe disegnato Morrison 2. Che dire…. Oggi una rivista a fumetti che comprenda questi nomi sarebbe considerata il top e anche all’epoca il parterre era di tutto rispetto. Arrivammo a Lucca 1999 e la presentammo. In un delirio di folle ottimismo si decise di stampare lo stesso numero di copie di Usagi Yojimbo 1, ossia 3.000 copie. Arrivarono gli ordini delle fumetterie: meno di 300 copie. A Lucca Comics ne vendemmo forse 30 o 40 in tutto. Fu, proprio una catastrofe. E Morrison? Dopo Morrison Zero la King Comics aveva deciso di continuare ma solo in fumetteria. Quindi niente CD. C’erano le mie due sceneggiature e furono disegnate da Federico di Stefano e da Alessio Nocerino. Poi visto che la serie vendeva più o meno 100/200 copie si bloccò tutto. A quel punto la King Comics si dedicò al...
 
...mercato estero. Dopo Usagi Yojimbo si aggiunsero Winds of Winter, storia scritta da Gianluca Piredda e disegnata da Chris Gugliotti, e poi Il collezionista di Sergio Toppi nell’edizione pubblicata in Francia da Mosquito. Alla serie regolare di Usagi si affiancarono i primi due volumi della collana Usagi Classic e anche due saggi dedicati alla cultura giapponese, VITE ANIMATE di Francesco Filippi e Maria Grazia di Tullio, un libro che riflette sui fan degli Anime, e MAZINGA NOSTALGIA di Marco Pellitteri, saggio già uscito all’epoca per Castelvecchi e che anni dopo sarebbe stato rieditato da Coniglio Editore. Alla fine la King Comics non riuscì più a reggere. Luca Zampaglione se ne andò dopo un paio di anni e nel 2003 praticamente la cosa si spense. Resto convinto che se non ci fossero stati gli enormi debiti accumulati all’inizio che hanno gravato come macigni e senza errori di valutazione iniziali, con una gestione attenta si sarebbe potuto fare di più. Usagi Yojimbo era un personaggio che vendeva, e la King Comics riuscì a pubblicare sei volumetti delle avventure più recenti, e due della collana Classic. Di Sergio Toppi la King pubblicò quattro albi della serie dedicata al Collezionista. Ognuno di questi prodotti si ripagava le spese e dava anche un piccolo margine di guadagno. Se non ci fossero stati debiti pregressi….. ma c’erano. E questo fece la differenza. Il punto è che la King Comics aveva troppe spese al di fuori del settore fumetti, e i guadagni dei fumetti non bastavano a sistemare le cose. Dalla King comics ottenni molti attestati di stima da parte dei lettori...
 
...e debiti relativi alle storie pubblicate su Bad Karma, che - visto che avevo convolto io alcuni autori, dicendogli di fidarsi di me – ripagai per quel che potevo io con i miei soldi, anche se legalmente non ne sarei stato tenuto. Accanto al lavoro in King comics per un anno circa mi ritrovai a lavorare nella Mondo TV, come responsabile della sezione editoriale. E qui è necessario che chiarisca chi è la Mondo Tv. La Mondo TV, società di proprietà della famiglia Corradi, era stata la prima a portare i cartoni animati giapponesi in Italia alla fine degli anni ’70. Praticamente Orlando Corradi, proprietario deal Mondo TV acquisiva la licenza dei cartoni animati giapponesi, traduceva la colonna sonora, i dialoghi e altro, creava le puntate da trasmettere e poi visto che Rai e poi Mediaset non erano molto aperte a questi cartoni animati, batteva a tappeto le TV locali, che erano felicissime di avere materiale per riempire i palinsesti. Quindi da Roma la Mondo TV distribuiva i cartoni animati a decine di TV locali, rivendendo lo stesso cartone animato a più TV. Infatti il concetto di TV locale significa che a Siracusa NON vedi la TV locale di Torino. E quindi puoi vendere una serie a cartoni animati SIA alla Tv locale di Torino che di Siracusa. In questo modo la Mondo TV fece miliardi. Poi a un certo punto decise di diventare non più solo licenziataria ma anche produttrice ed iniziò a realizzare serie TV e lungometraggi, soprattutto serie legate alle fiabe classiche o ai romanzi di Salgari. La Mondo TV voleva sviluppare una propria sezione editoriale, ossia vendere le licenze delle serie che...
 
...produceva lei (Sandokan, Corsaro nero, Gesù) e che andavano in onda sulla Rai a editori che le usassero per realizzare libri per l’infanzia e cose simili, secondo lo schema dei prodotti della Disney. Eravamo tra il 1998 e il 2000, ossia nel momento in cui l’animazione TV stava passando dal 2D al 3D. La Mondo TV realizzava serie per la Rai in 2D usando animatori nordcoreani. La storia di questi cartoni animati sarebbe da scrivere. La Mondo TV era una delle pochissime aziende occidentali che aveva contatti lavorativi con la Nord Corea. Praticamente in Italia si realizzava la bibbia grafica, e poi si spediva tutto il materiale in nord corea dove il lavoro era fatto con costi molto più bassi dell’Italia e molto più veloce. Potrei raccontare decine e decine di aneddoti circa il rapporto tra Mondo TV e Nord Corea, ma esulerebbe dallo scopo di questa intervista. Magari un’altra volta. Alla resa dei conti nessuna azienda volle acquisire licenze per realizzare prodotti editoriali di serie animate che fondamentalmente erano delle versioni più modeste di cartoni animati più famosi. E sicuramente personaggi come il Corsaro Nero o Sandokan, pur essendo famosi in Italia non colpivano l’attenzione dei licenziatari stranieri. Esito: nulla di fatto. Alla fine ci siamo salutati e tanto piacere. Ricordo una stressante presenza a una fiera del libro di Francoforte dove avevo dovuto mettere assieme tutta una serie di appuntamenti con editori di vari paesi a cui dovevo presentare i cartoni animati Mondo TV e magnificarne le prossimità di sviluppo editoriale. Tutti furono molto gentili, professionali...
 
...sorridenti. E alla fine zero tituli. Sempre in quel periodo, tra gli anni ’90 e gli anni ’00 iniziai a scrivere storie per la Walt Disney assieme a Silvano Caroti e Francesco Artibani, ma anche qui la cosa finì male. Come un gruppo di autori era un po’ di tempo che lavoravamo assieme, partendo dalla rivista Tiramolla pubblicata da Vallardi e gestita come service editoriale dalla Comic Art. Sono molto soddisfatto delle storie pubblicate su Tiramolla. Era bello scriverla assieme, e qualcuna era disegnata da Francesco Artibani, secondo me un ottimo artista che disegna troppo poco. Da Tiramolla passammo alla Disney. Pubblicammo cinque storie a tre nomi, quindi ufficialmente sono un autore della Disney a tutti gli effetti. Ci sono cinque storie pubblicate con il mio nome come autore. Addirittura una TOPOLINO E IL FANTASMA CANORO, una rilettura del Fantasma del Palcoscenico, disegnata da Valerio Held, è stata ristampata nella collana dei Classici a Fumetti Disney, pubblicata in due edizioni (cartonata e poi brossurata) da Il Corriere della Sera. Dopo queste cinque storie, però, il rapporto di collaborazione tra noi tre scemò. Caroti smise di scrivere e Artibani iniziò un percorso da autore a solo che lo portò a diventare uno dei migliori sceneggiatori italiani, Disney e non. Anche io decisi di tentare la carta delle storie da solo. Mandai dei soggetti alla Disney. Il responsabile che doveva leggerli e dire se andassero bene era Ezio Sisto. Dopo un mese telefonai alla Disney. Nulla. Dopo due settimane altra telefonata. Nulla. Sisto era sempre fuori ufficio o non c’era...
 
...o non poteva rispondere. Doveva esserci Expocartoon a Roma e Sisto sarebbe stato presente. Pensai che non ci fosse nulla di male, visto che era almeno un mese che cercavo di avere un risposta, cercare di incontrarlo. Beh, lui si incazzò e disse che non dovevo perseguitarlo. Ora dico, io capisco se uno ha da fare. Ma se qualcuno che ha già scritto cinque storie ti manda dei soggetti visto che mi era stato detto che in genere dopo un mese si riceva una risposta direi che dopo due mesi anche solo la buona educazione imponeva di dirmi qualcosa. Avrei accettato anche un “Guardi, non vanno bene. Ci spiace. Ne mandi altri”. Non pretendevo ore e ore di spiegazioni o che me li accettassero. Volevo solo una risposta. Ma Ezio Sisto decise che ero un rompicoglioni e quindi la mia carriera in Disney fu briciata. Penso che abbia agito bene? No. Penso che sia stato maleducato. Qualcuno mi disse: Ezio ha questo carattere. La scusa non regge. Se lavori e devi valutare le proposte che ti arrivano anche se hai un carattere di merda o se ai problemi a casa, il tuo lavoro è esaminare e dare risposte. Non risposte positive. Risposte. Ripeto, puoi anche dire non vanno bene. Ma in ogni caso chi in una casa editrice è pagato per esaminare le proposte che arrivano ha il DOVERE di rispondere. E se la cosa lo scoccia allora meglio che cambi mestiere. Non so però che fine abbia fatto Ezio Sisto. Spero che col tempo abbia cambiato atteggiamento verso il prossimo. Da quell’esperienza decisi che se uno mi avesse chiesto un parere su qualche proposta avrei fatto di tutto per rispondergli...
 
...e non fargli vivere la stessa incazzatura che mi fece provare Ezio Sisto. Non sto dicendo che le mie proposte fossero belle, o adatte. Ma come essere umano e come professionista (ripeto, avevo già pubblicato cinque storie con la Disney quindi a tutti gli effetti NON ero un esordiente) avevo il diritto di ricevere una risposta. Negli ultimi mesi di lavoro per la Mondo TV, visto che il clima non era sereno mi guardai in giro. Era nata da qualche tempo una nuova casa editrice, la Lexy. E mi proposi. Risposte felici, entusiastiche, tanto amore e passione e così iniziai a collaborare con la Lexy casa editrice di Terni che era nata da qualche anno, fondata da Dario Gulli e che si era proposta come l’astro nascente nel mercato fumettistico. Andai a Terni, incontrai Gulli, iniziai a tradurre qualcosa, fumetti, anche un romanzo di Chris Claremont. C’erano progetti grandiosi, dovevo dirigere collane, fare traduzioni, tutto molto bello, poi di botto la cosa crollò. Pagamenti che non arrivavano, telefonate senza risposta, e soprattutto colleghi che erano subentrati che dicevano cose diciamo un po’ discutibili su di me, quasi avvallando la posizione per cui era la Lexy ad avermi scaricato perché non ero valido. Mi riferisco in particolare a Michele Foschini, che iniziò a lavorare con la Lexy proprio quando i miei rapporti con la Lexy si raffreddarono e che disse e scrisse cose poco carine. Ebbi modo di dirglielo in privato (parliamo di quindici anni fa) e lui ammise di essersi ritrovato trascinato dalla situazione e di aver detto e scritto cose che a mente fredda non avrebbe dovuto dire o scrivere.
 
Ritenni le sue scuse soddisfacenti e chiusi lì la questione. Michele Foschini lo conoscevo da tempo, avendolo visto sin dai tempi della sua prima Fanzine e poi dalla sua prima esperienza editoriale con la Indy Press. A quei tempi c’era un rapporto di reciproca stima. Addirittura una volta mi contattò dicendo che dato il suo amore per Usagi Yojimbo, che pubblicavamo come King Comics, si proponeva per tradurlo, anche gratis. Ingenuamente ne fui contento, perché lo presi come un’affermazione di amore verso il personaggio e di riconoscimento per il lavoro che stavo facendo nel presentare il personaggio in Italia. Michele Foschini tradusse il numero 4 della serie di Usagi Yojimbo della King Comics, e come da sua precisa affermazione lo fece gratuitamente. Peccato che poi questa cosa sia stata usata contro la King comics per dire che non pagavamo chi collaborava. Da questa esperienza ho imparato una cosa: Se qualcuno ti dice “Lo faccio gratis” è meglio fargli firmare un accordo dove si chiarisce che chi esegue il lavoro lo fa sapendo le condizioni e quindi accentandole. Ma tanto qualcuno che dirà che sfrutti gli altri ci sarà sempre, perché come dice il saggio: “La madre dei cretini è sempre incinta”. Comunque Foschini rimase scottato anche lui dalla Lexy, e nella sua storia prima di diventare l’imperatore del fumetto italiano con la BAO fece altre cose: scrisse i fotoromanzi di Barbie, un lavoro con Schiavone nella BD rimanendo scottato anche li, poi passò a ReNoir e li mollo dopo poco. Alla fine ebbe fortuna, trovò la pentola alla fine dell’arcobaleno e fondò la BAO!
 
Torniamo a noi. La Lexy implose, o svanì, o fu fatta svanire, le verità sono tante, e mi ritrovai ancora una volta senza un editore che pagasse. Secondo qualcuno la Lexy era tutta una strategia fatta per creare danni a Pegasus (che in effetti aveva puntato moltissimo sulla Lexy). In pratica le voci che ho sentito sono che il progetto era far sì che Pegasus si esponesse per sostenere lo start up della Lexy per poi chiuderla di botto e lasciare Pegasus con una mole immane di materiale già pagato in magazzino, che dopo la chiusura della casa editrice sarebbe rimasto invenduto. Vero, falso? Pettegolezzi? Cattiverie? Non lo so. Se senti uno di giura che è andata così’. Se senti un altro giura che non è vero. Torniamo a noi. La King comics era agli sgoccioli. Era una casa editrice che faceva cose anche ben viste dalla critica, ma che non riusciva a immettere sul mercato una massa critica di fumetti tale che si autosostenesse. Inoltre alle fiere mentre a sentire i miei colleghi TUTTI vendevano migliaia e migliaia di copie, io me ne stavo dietro il bancone e le vendite erano sempre basse. Erano più le volte in cui si tornava a casa in passivo che in attivo. Gli ordini dei distributori poi erano ridicoli. Davvero ridicoli. L’esperienza King Comics mi ha dato il primo assaggio del modo di ragionare dei distributori, ossia “Chi sei? Sei piccolo? Vabbè dammi dieci copie e poi vediamo se la gente ne chiede altre”. Ossia sostegno ZERO, appoggio ZERO, aiuti ZERO. I piccoli editori possono pure morire, perché i soldi li facciamo con quelli grossi. Non sto parlando delle PERSONE. Conosco i distributori...
 
...e chi lavora con loro, e con alcuni sono amico, molti li stimo e gli voglio bene come persone, e sicuramente altri li rispetto come affaristi. Sergio Cavallerin (StarShop) è una persona gradevole e squisita, nonché vero appassionato del fumetto, Pasquale Saviano (Pegasus) è un amico, anche se a volte lo strozzerei. E anche i vari direttori della Pan Distribuzione hanno il mio rispetto come affaristi spietati ed efficientissimi. Ma se mi chiedete se il sistema distributivo nelle fumetterie sia studiato per aiutare gli editori in modo EQUO e UGUALE per tutti a prescindere se siano grandi o piccoli la mia risposta è: no, nemmeno per idea. I grandi sono favoriti e i piccoli editori possono morire. Comunque la King Comics era in una lenta agonia. A questo punto mi venne in mente di tentare il tutto per tutto e smettere di lavorare per altri. Avrei fondato la mia casa editrice, me la sarei “suonata e cantata” e muoia sansone con tutti i filistei. Non avevo la minima idea di grafica, non sapevo fare un lettering, non potevo pagare nessuno perché lo facesse per me, ma sapevo che dovevo farlo. E non potevo basarmi sugli amici che dicevano “Vabbé, ti do una mano”, perché non potevo basare la produzione delle cose che avrei venduto io sulla carità altrui.  Contestualmente alla fine della King Comics e alla nascita della Bottero Edizioni iniziai a lavorare con Andy Milanesio, un importatore di gadget, che voleva partire con una sua casa editrice. L’idea era di pubblicare fumetti americani. All’epoca la casa editrice che era sulla bocca di tutti era la Crossgen. Andy Milanesio mi disse di...
 
...provare a contattarli. Gli obiettai che in Italia la Crossgen era pubblicata dalla Lexy. Milanesio mi disse di provare. Al massimo ci avrebbero detto di no. Con mia grande sorpresa chi gestiva i diritti della Crossgem ci fece capire che non erano affatto contenti di come stesse lavorando la Lexy e che si poteva trovare un accordo. L’accordo fu trovato e così nacque la Dreamcolours, una casa editrice che pubblicava tutto il materiale Crossgen. Mi occupavo delle traduzioni e di tutti gli articoli. Dopo qualche mese pensai di dare una possibilità ad alcune persone che avevo notato sui forum di fumetti e mi parevano capaci. Queste persone erano Stefano Perullo, Danilo Guarino e Dario Mattaliano. Scrissero alcuni articoli per le testate Dreamcolours, e per loro fu l’esordio professionale nel mondo del fumetto. Purtroppo anche la Dreamcolours si rivelò un progetto perdente. Milanesio aveva troppo problemi economici e non era in grado di reggere agli impegni. A un certo punto smise di pagarmi e non pagò mai i tre che avevo convinto a lavorare. Alla fine, come già nel caso King Comics, fui io a pagare Stefano Perullo, Danilo Guarino e Dario Mattaliano per i loro lavori, mettendo i soldi di tasca mia. Avrei potuto fregarmene e dire “Ragazzi, l’editore non sono io. Non sta pagando nemmeno me, quindi siamo tutti nella stessa barca”, ma avevo garantito io per la casa editrice, quindi ritenni doveroso assumermi questo problema. Non dissi loro che ero io a pagarli, lasciando loro credere che fosse stato l’editore Dreamcolours. Non lo facevo per avere chissà quale...
 
...riconoscenza in cambio. Volevo soltanto potermi guardare in faccia allo specchio la mattina. Ma forse dopo dieci anni è il caso che le cose si sappiano. Il lavoro con la Bottero Edizioni andava avanti. Uno dei primi fumetti che pubblicai fu PARADIGM, una serie della Image in bianco e nero. L’avevo vista, mi era piaciuta, avevo contattato l’agente, pagato i diritti e avevo cercato di fare del mio meglio. Gli ordini erano stati buoni. Pan distribuzione, Starshop e Alastor mi avevano ordinato complessivamente 800 copie. Su una tiratura di 1.000 copie era ottimo. A questo punto successe qualcosa che probabilmente stroncò sul nascere le possibilità di crescita della mia Bottero Edizioni. Io non sono mai stato un fanatico dell’estetica fine a se stessa. Lo ammetto, è una posizione che molti trovano sprezzante e poco rispettosa per i lettori, ma non lo penso per mancanza di rispetto. È solo che a un lettering arzigogolato ne preferisco uno leggibile. Dovevo fare il lettering di Paradigm 1 e ingenuamente pensai di usare lo stesso font che usavo e uso per scrivere, ossia il Times New Roman. Realizzai la cosa, e mandai in stampa. L’albo mi arrivò e mandai le copie in distribuzione. Eccoci al dunque. Pochi giorni dopo aver spedito le copie ai distributori apparve sul vecchio forum di Comicus una critica feroce a Paradigm 1, a firma di Andrea Ciccarelli, dove si diceva che era il fumetto fatto peggio nella storia del fumetto italiano. La cosa mi fece molto male. Ok. Non ero un letterista professionista, ma da qui a dire che si voleva mandare una copia di Paradigm alla Image per fargli capire...
 
...come non dovessero più lavorare con me perché io ero un cialtrone mi pareva troppo. La cosa che mi fece ancora più male è che a questa accusa nessuno rispose in mia difesa. Anche le persone che apparentemente si erano mostrate amichevoli in passato, poi al massimo ridevano della cazzata che aveva fatto Bottero. Forse fu lì che capii come i social (forum e altro) non sono quei posti pieni di amore e amicizia che possono sembrare quando si ride e scherza. I social sono un tritacarne dove appena il branco avverte che sei in difficoltà ti cala addosso e ti sbrana, anche se fino a ieri erano tutti degli amiconi. A questo punto impulsivamente presi una decisione che col senno di poi mi sarei risparmiato. Mi dissi “Ok, ora tutti dicono che sono una merda di editore. Se vengo incontro alla loro critica, cerco di correggere le cose e ristampo tutta la tiratura, e io dico che chiunque abbia già acquistato Paradigm può andare dai negozi e farselo cambiare, forse i lettori lo apprezzeranno. Capiranno la mia buona fede e non mi considereranno più un editore incapace”. Quindi chiamai i tre distributori Pan, Star e Alastor e dissi loro che avrei ristampato Paradigm e che dovevano dire ai loro clienti che chi avesse voluto avrebbe potuto sostituire la copia. Scoprii una cosa strana. Andrea Rivi di Pan mi disse che non aveva ancora distribuito nulla e quindi le fumetterie del circuito Pan e Star Shop (Star Shop riceveva il materiale da Pan) non avevano ancora avuto nessuna copia di Paradigm. Alastor, sentita per telefono mi disse che avevano avuto le copie da poco e non le...
 
...avevano ancora spedite. Allora Ciccarelli DOVE aveva visto l’albo? E COME era possibile che se ne parlasse sul forum di Comicus se il fumetto non era ancora stato distribuito? Io però avevo già detto a tutti che avrei ristampato l’albo. Ed essendomi esposto in pubblico non volevo rimangiarmi la parola. Ristampai tutto, e come una ripicca verso chi mi aveva accusato di aver usato un font ridicolo, decisi che in questa seconda ristampa ogni personaggio avrebbe avuto un font diverso. Oggi se lo la Marvel o la DC, intendo attribuire a ogni personaggio di una storia un font particolare, la cosa è vista come una cosa A PRIORI raffinata. Quando lo feci io fu vista come una cazzata. Ovviamente a nessuno importò nulla che ristampassi una cosa per venire incontro alle critiche. Ormai lo stigma sulla Bottero Edizioni era incancellabile. Paolo Accolti-Gil, all’epoca già editore con Italy Comics, mesi dopo mi disse “Alessandro , te ne saresti dovuto fregare. Tanto dopo qualche giorno nessuno ci avrebbe fatto più caso. Hai solo buttato i soldi”. E aveva ragione. Quando la Marvel Italia (ora Panini Comics) pubblicò un volume cartonato con la saga di Fenice Nera, volume che costava 30.000 lire, nel volume c’era un errore di impaginazione per cui le ultime due pagine erano invertite. I lettori protestarono. La Marvel Italia disse che avrebbe ristampato il volume e che nella nuova ristampa l’errore sarebbe stato corretto. La Marvel Italia non ristampò mai il volume. Io ristampai Paradigm. La Marvel Italia (ora Panini Comics) è ritenuta una grande casa editrice. La mia Bottero Edizioni... 
 
...rimase La casa editrice che aveva fatto un lavoro a cazzo. Da quel momento gli ordini crollarono e le cose che proponevo erano tutte ordinate al massimo in 300 copie, cifre ridicole che facevano si che ogni cosa che pubblicassi partissero già in in passivo. Mi resta il dubbio di come abbia fatto chi parlava di Paradigm ad aver visto l’albo se Pan e Star shop non l’avevano distribuito, e Alastor l’aveva appena spedito a qualche negozio. Parliamo di due o tre lamentele? E io, da un perfetto idiota, per TRE lamentele pagai due volte la stampa, bruciando tutti il guadagno di 800 copie di ordine. Riguardo la mia Bottero Edizioni posso dire che i numeri di vendita sono sempre stati bassissimi. Quando tentai di pubblicare Nexus in edizione cartonata, con tutti i crismi, a un prezzo normalissimo, stampai 1.000 copie de Gli Archivi di Nexus 1. Gli ordini dei tre distributori furono di 330 copie. Per pareggiare tutto quello che avevo speso avrei dovuto venderne 500. Quando portai a spese mie Steve Rude a Lucca, convito che la presenza di un autore avrebbe incrementato le vendite ebbi un’altra delusione. Nei quattro giorni di Lucca, con tutta la presenza di Steve Rude, vendetti 30 copie de gli Archivi di Nexus 3 (la novità) e forse 20 in tutto dei numeri 1 e 2 come arretrati. Come al solito, ringraziamo Alessandro Bottero per l'onore che ci ha fatto consentendo di pubblicare queste sue testimonianze. Ogni sua parola è La Storia. Certo, però, anche noi vorremmo capire come fece Ciccarelli ad avere una copia di Paradigm 1 se i tre distributori non lo avevano ancora portato ai negozi. Al Plano.

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