lunedì 3 luglio 2017

FERROGALLICO PRESENTA: LA VITA E LA TRAGEDIA DEL MILITANTE DI DESTRA SERGIO RAMELLI! DA RICORDARE!

Dal 1946 in poi, mercé il nuovo teatro politico in cui l'Italia, sconfitta e devastata dalla seconda guerra mondiale, si ritrovò, per la Destra democratica, lontana dai furori autodistruttivi delle dittature, è stato difficile imporsi come forza politica. Gli americani, nuovi padroni, favorirono la creazione di un partito ad hoc, che avrebbe dovuto sostituirsi al Partito Nazionale Fascista di Mussolini, un partito di Destra, di aria cattolica, ma asservito del tutto ai loro voleri. Quel partito era la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi. In Italia, da più di venti anni per via delle leggi fasciste, non c'erano dei partiti liberi e così, per evitare che i comunisti riuniti intorno al PCI, sostenuto dai sovietici, assumessero la guida del consenso popolare, la scelta verso quella DC fu obbligata. Il 22 giugno 1946 Togliatti, ministro della giustizia, allo scopo di pacificare il Paese, aveva concesso amnistia a tutti coloro che avevano sostenuto il Fascismo, la RSI e il Partito Fascista Repubblicano. Quella amnistia non piacque al PCI, ma permise, in pieno accordo con gli americani, la costituzione del Movimento Sociale Italiano il 26 dicembre 1946 da parte di Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Arturo Michelini. Il motivo era chiaro. Come avevano fatto già in Germania, gli americani avevano bisogno delle energie e degli appoggi degli ex-sostenitori del passato regime nella lotta contro un nemico più grande: il comunismo, il cui maggiore esponente, Stalin, si stava rivelando per quello che era, un genocida. Gli americani pensavano che gli italiani avrebbero accettato un ruolo subalterno. Erano convinti che il nuovo partito, la DC, li avrebbe resi miti dal punto di vista ideologico. Non fu così perché già alla fine degli anni '50 i giovani iniziarono a sentire il peso di quella condizione, appena attenuata dal boom economico, che si protrasse per buona parte del decennio successivo. Negli anni settanta iniziarono i problemi. L'asse DC-MSI non reggeva più. La crisi economica divenne crisi sociale e politica, alimentata poi dalle leggi fatte approvare dalla sinistra contro la famiglia (es., il divorzio, la riforma del diritto di famiglia). Si sentiva il bisogno di una nuova Destra, forte e non servile, che sostenesse il Paese in un momento difficile. Uno sviluppo inviso agli americani, che non persero tempo. Sapevano che per ogni movimento di Destra sorto conquistare il consenso sarebbe stato facile. Tanto più che quei movimenti non miravano a ripristinare una dittatura. Nessuno era così pazzo, specie dopo gli orrori della guerra. Si voleva costruire un regime democratico forte, vigoroso che restituisse all'Italia un peso nel panorama internazionale. Una repubblica presidenziale di stampo uguale a quella americana! Uno sviluppo che gli americani non avrebbero mai accettato. Avevano campo libero. I sovietici, vincolati agli accordi, non li avrebbero ostacolati. Non ci sono prove, ma soltanto teorie, formulate nel corso delle inchieste che hanno caratterizzato i sanguinosi anni di piombo dal 1969, che hanno suggerito l'infiltrazione, all'interno di tali organizzazioni, di destra e sinistra, di elementi tali da far sfociare i gruppi verso azioni violente e rappresentare le stesse come organizzazioni criminali agli occhi del popolo. Emblematico fu il caso della strage di Bologna del 1980, di cui furono accusati i NAR. Non mancarono sospetti e teorie che dietro l'attentato vi fossero i servizi al soldo di forze straniere. La strategia della tensione che mirava ad incidere sulla formazione del consenso.
 

Questa lunga premessa è stata necessaria per parlare della terribile vicenda che vide come sfortunato protagonista Sergio Ramelli, un giovane militante del Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. Nei primi mesi del 1975 all'Itis Molinari di Milano, al pari di quanto avveniva in altri istituti scolastici, gruppi di destra e di sinistra si scontravano generando in fatti di sangue. Ramelli studiava chimica. Le sue posizioni di destra erano note nella scuola, tanto che dopo due aggressioni fisiche dovette lasciare la scuola e completare gli studi presso le scuole private. Secondo quanto reso noto in seguito da sua madre, Ramelli, in un tema scolastico, espresse posizioni di condanna delle Brigate Rosse, aggiungendovi una nota di biasimo verso il mondo politico per il mancato cordoglio istituzionale verso la morte dei militanti padovani del MSI Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, uccisi durante un assalto delle Brigate Rosse alla sede del MSI avvenuto il 17 giugno 1974. Il tema, dopo essere stato sottratto al professore, fu poi apposto su una bacheca scolastica e usato come capo d'accusa in una sorta di processo politico scolastico istituito contro Ramelli dagli altri studenti. Sergio Ramelli fu accusato di essere fascista. Il 13 marzo 1975 Ramelli stava tornando in motorino verso la sua abitazione, quando venne assalito da un gruppo di militanti di sinistra di Avanguardia Operaia e massacrato a colpi di chiave inglese alla testa. Al processo, uno degli assassini, Marco Costa, dichiarò: Ramelli capisce, si protegge la testa con le mani. Ha il viso scoperto e posso colpirlo al viso. Però temo di sfregiarlo, di spezzargli i denti. Gli tiro giù le mani e lo colpisco al capo con la chiave inglese. Lui non è stordito, si mette a correre. Si trova il motorino fra i piedi e inciampa. Io cado con lui. Lo colpisco un'altra volta. Non so dove: al corpo, alle gambe. Non so. Una signora urla: "Basta, lasciatelo stare! Così lo ammazzate!" Scappo, e dovevo essere l'ultimo a scappare. Un altro degli assassini al processo, Giuseppe Ferrari Bravo, dichiarò: Aspettammo dieci minuti, e mi parve un'esistenza. Guardavo una vetrina, ma non dicevo nulla. Ricordo il ragazzo che arriva e parcheggia il motorino. Marco mi dice: "Eccolo", oppure mi dà solo una gomitata. Ricordo le grida. Ricordo, davanti a me, un uomo sbilanciato. Colpisco una volta, forse due. Ricordo una donna, a un balcone, che grida: "Basta!". Dura tutto pochissimo... Avevo la chiave inglese in mano e la nascosi sotto il cappotto. Fu così breve che ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito. Non mi resi affatto conto di ciò che era accaduto. Se si assalta in gruppo un giovane con chiavi inglesi, lo scopo non può che essere quello di ammazzarlo. Ramelli venne portato in ospedale in condizioni disperate e si spense 48 giorni dopo a causa dei danni cerebrali causati da quei colpi di chiavi inglesi. Nei giorni successivi la violenza dei gruppi comunisti si scatenò contro altri militanti di destra. Quale fu la causa? La campagna dei comunisti che vedevano un nemico in chi era di destra e allora instillavano odio spesso in giovani sprovveduti. Non fu semplice ricostruire i fatti e giungere alla individuazione dei responsabili tutti orbitanti all'interno di Avanguardia Operaia. un esponente del movimento, Francesco Cremonese, confermò la struttura dell'organizzazione nell'Università di Milano, che vedeva come capi Giovanni Gioele Di Domenico per la facoltà di agraria.
 
Roberto Grassi a fisica e Marco Costa a medicina, tutti sottoposti a Giuseppe Ferrari Bravo, che teneva le redini dell'organizzazione. Il Cremonese affermò che la squadra di agraria era quella più attiva, ma che Ramelli era stato aggredito da un nucleo di studenti di medicina per ordine dei capi delle altre sezioni, che volevano incoraggiare una maggiore partecipazione dell'appena ristrutturato e ingrandito gruppo della facoltà medica. Il processo per l'omicidio Ramelli iniziò nel 1987 e furono incriminate 10 persone tra preparatori, mandanti ed esecutori. Il gruppo era una parte del Servizio d'Ordine di Avanguardia Operaia nella facoltà milanese di medicina. Alcuni degli imputati vennero processati anche per altri tentati omicidi e violenze. Secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti, i due aggressori sarebbero stati Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo, che avrebbero attaccato il giovane con delle chiavi inglesi. I due all'epoca appartenevano ad un ristretto gruppo noto come gli idraulici per via delle grosse chiavi inglesi usate per compiere le aggressioni. Di Domenico sarebbe stato mandante e pianificatore, Colombelli avrebbe avuto il ruolo di sorvegliante della vittima. Castelli, Colosio e Montinari avrebbero dovuto sorvegliare la zona e dare l'allarme in caso di pericolo. Gli altri avrebbero avuto ruoli variabili nella preparazione dell'azione e in altre violenze. Le accuse comprendevano omicidio volontario, tentato omicidio, sequestro di persona, associazione sovversiva, danneggiamento. Il ruolo di avvocato per la famiglia della vittima venne sostenuto da Ignazio La Russa, avvocato ed esponente di destra, all'epoca dei fatti segretario provinciale missino. Al processo gli aggressori dissero che intendevano causare al militante avversario, scelto a caso tra quelli della zona, leggere ferite. Cosa discutibile, in quanto si trattava di studenti di medicina che picchiavano ripetutamente il cranio di un ragazzo con chiavi inglesi Hazet 36 del peso di 3,5 kg l'una. Gli imputati furono condannati a svariati anni di carcere, poi ridotti per tutti ad una media di 10 anni, anche se non tutti scontati. Oggi gli assassini sono liberi. Come potessero studenti di medicina in gruppo andare in giro a picchiare la gente con grosse chiavi inglesi resta inspiegabile. E perché ciò veniva permesso dalle forze dell'ordine è un mistero. Alcuni di quegli assassini oggi sono giornalisti di testate di sinistra e alcuni addirittura primari all'interno di strutture ospedaliere. Medici. Proprio loro che andavano in giro ad assaltare la gente con chiavi inglesi. Ma erano giovani e i giovani possono commettere errori, anche terribili. Su un sito è riportata la dichiarazione di uno degli assassini: Io ero ancora in carcere mentre gli altri, i veri responsabili della morte di Ramelli, tra preparatori, pali ed esecutori materiali, erano già fuori. Alcuni di questi poi (Castelli, Montinari, Colosio, Scazza e Cavallari, ndr) spedirono dodici anni dopo una lettera alla mamma di Ramelli, Anita, chiedendo perdono. Ma sono sicuro che non lo avrebbero mai fatto, se non fossero stati individuati e arrestati con l’accusa di aver partecipato all’omicidio di Sergio». Su un eventuale pentimento circa la sua militanza in Avanguardia Operaia, Belpiede risponde che, in fondo, «eravamo ragazzi che volevano cambiare il mondo, giovani che sognavano un mondo migliore. Ci lasciavamo sedurre da tanti cattivi maestri, dirigenti dei movimenti della sinistra extraparlamentare, che...
 
...lanciavano il sasso e poi, a fatti avvenuti, ritiravano la mano. Molti di loro, testimoniando al processo di Sergio Ramelli, fecero finta di non c’entrare niente: gli organizzatori dell’assalto sparirono e non si conobbero mai i veri mandanti della spedizione punitiva. Oggi la vicenda di Sergio Ramelli rivive grazie ad una ricostruzione di un volume a fumetti edito da Ferrogallico dal titolo Sergio Ramelli, quando uccidere un fascista non era reato. Anche perché il mondo non si cambia fracassando il cranio di chi ha idee diverse con chiavi inglesi. Condotte di questo tipo sono criminali e la politica è solo la valvola di sfogo di tendenze omicide represse. L'autore è Marco Carucci e i disegni, molto evocativi e con stile pittorico, sono di Paola Ramella. Il formato è 24x17. Le pagine sono 140 e il prezzo è di 19,00 euro. Questa la presentazione: La storia di uno degli omicidi politici più efferati e vigliacchi d’Italia per la prima volta raccontata in un albo a fumetti. Un’opera che racconta la vita e la morte di Sergio Ramelli, giovanissimo militante di destra del Fronte della Gioventù discriminato, perseguitato e poi brutalmente aggredito a morte il 13 marzo 1975 da un commando di militanti comunisti di avanguardia operaia. In questo albo, Sergio Ramelli rivive nei suoi affetti, nei suoi trascorsi giovanili, nelle sue passioni sportive, nel suo impegno politico, nella quotidianità di un ragazzo di appena 18 anni. Un ritratto fedele, basato esclusivamente su testimonianze dirette e fonti storiche accertate, che consegna ai lettori di oggi una vita spezzata, una tragedia familiare, un dramma generazionale, una ferita aperta. Un albo per capire una delle pagine di storia più vergognose, infami e abilmente rimosse d’Italia, simbolo di un’epoca in cui “uccidere un fascista non era un reato. Un volume che merita di essere comprato, letto, riletto e divulgato perché la violenza non è mai giustificata e togliere un vita a chi ha la colpa di avere idee diverse deve essere considerato per ciò che è: un atto criminale, vigliacco e ingiustificabile. Il sito Sbam Comics così presenta il volume: Un’opera tanto più apprezzabile in quanto, oltre a narrare la tragedia del giovanissimo aderente al Fronte della Gioventù milanese prima discriminato, poi perseguitato e infine brutalmente aggredito a morte sotto casa da un commando di militanti comunisti di Avanguardia Operaia nella primavera del 1975, ci riporta intatto il clima di odio, intolleranza e ingiustizia diffusa che gravava sulle nostre città non più tardi di quarant’anni fa. E che solo il linguaggio semplice eppure ricchissimo del Fumetto avrebbe potuto rendere comprensibile (o anche solamente immaginabile) per i ragazzi di oggi. Come altro spiegare a un adolescente del 2017 che in Italia, in anni non così lontani, alla sua stessa età si potesse morire semplicemente per aver scelto di schierarsi politicamente “dalla parte sbagliata”? E che un tema troppo critico nei confronti delle Brigate Rosse potesse diventare un atto di accusa da appendere sulla bacheca della scuola, per essere additato pubblicamente come reprobo, appestato, topo di fogna? E che da lì potessero iniziare le criminali persecuzioni, le intimidazioni, i “processi politici”, le aggressioni consumate nell’indifferenza complice dei docenti, tanto da costringerti ad abbandonare l’istituto in cui avevi studiato fino a quel momento? E che la tua foto potesse passare di mano in mano, fino ad arrivare a universitari, poco più grandi di te...
 
...che neppure ti conoscevano ma che avevano il preciso mandato di “darti una lezione”? E che questi potessero aspettarti in dieci sotto casa, al rientro da scuola, per spaccarti la testa a colpi di chiave inglese? E che anche in ospedale il supplizio potesse continuare, dato che gli infermieri (!) si assicuravano di lasciare le finestre della tua stanza aperte nelle fredde notti del marzo milanese? E che una volta che il tuo cuore aveva smesso di battere, dopo 47 lunghi giorni di agonia, la notizia del decesso potesse essere salutata con un applauso (sì, con un applauso) durante una seduta del consiglio comunale? E che, in una città in cui anche la pietà era morta, potesse essere un problema perfino trovare un parroco abbastanza coraggioso da celebrare il funerale? Ma il libro racconta anche altro: la quotidianità di un diciottenne come tanti, le sue passioni sportive, la musica, gli affetti, la militanza politica vissuta con coerenza e coraggio, ma senza eccessi. Un registro, se vogliamo, più intimo e personale, che il tratto asciutto e spigoloso della disegnatrice triestina Paola Ramella riesce a tradurre in pagina con la medesima efficacia delle scene più drammatiche, in cui anche la cupa violenza di quegli anni viene illustrata con grande realismo, figlio evidentemente di un meticoloso lavoro di documentazione sul materiale fotografico d’epoca. Questo, insomma, è un fumetto da leggere e far leggere. Che sarebbe bello venisse portato nelle scuole, in modo da permettere a giovani di conoscere una pagina così luttuosa (e così vergognosamente rimossa) della nostra storia recente. Intanto, ci accontentiamo di sapere che, grazie all’ottimo lavoro di Ferrogallico, il volume arriva così nelle librerie generaliste distribuito da Mondadori, mentre la distribuzione nel circuito delle fumetterie è affidata a Panini. Due nomi mainstream, che dovrebbero assicurare al titolo la diffusione e la visibilità che merita. Tornando a noi ci disturba prendere atto del fatto che di fumetto spesso si discute per fare polemiche su fatti risibili. Questo è un fumetto serio, impegnato e realizzato da grandi professionisti. Un fumetto scomodo, il cui eroe è un ragazzo di destra, caduto per l'Italia, così come si legge su una scritta. Spesso ci criticano perché diamo troppo spazio a certi fumetti e a certi autori e non a fumetti impegnati come questo. Fumetti che descrivono storie in cui la violenza si sostituisce alla ragione. A Milano, all'interno delle scuole, dei luoghi di cultura, c'erano anche carnefici. Li chiamavano squadre d'ordine. Erano sprangatori. Che differenza c'era tra di loro e le squadre che 50 anni prima facevano per le strade di Milano le stesse cose? E oggi sui social accade la stessa cosa. Non violenza fisica, quella no. Ma violenza social. E come si realizza ciò? Basta fare un post, incollare un bersaglio sulla schiena di qualcuno scomodo e scatenare i leoni da tastiera. Gente che non avrebbe il coraggio di dire le medesime cose dal vivo. E gli editori cosa fanno? Lasciano fare. Il loro nome viene spesso usato dagli stessi che attuano queste condotte scellerate. Il senso quale sarebbe se poi in definitiva le vendite sono sempre in calo? Di ciò a loro non importa. Lasciano fare. Vi consigliamo di comprare e divulgare questo libro. E' importante. Fatelo conoscere. Fatelo conoscere. Conoscere. Al Plano.

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